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17 gennaio 2017

L'asse Trump Putin fa tappa a Banja Luka?


02 gennaio 2017

Cronache da Maputo di Roberto Galante

Maputo è la capitale del Mozambico. 

Luoghi per noi astratti e chissà se esistono davvero.

Da alcuni anni Roberto Galante e diversi altri italiani, sostenuti saltuariamente da associazioni e qualche amministrazione italiana e da poco considerati anche dalle autorità locali, stanno lavorando con la popolazione che nasce, vive e muore interamente all'interno della mostruosa discarica di rifiuti della capitale. Non credente, Roberto, va avanti testardo e i risultati sono spesso sorprendenti e bellissimi. Dopo queste poche foto trovate un paio dei suoi testi, il secondo dei quali è recentissimo. Queste foto sono frutto del lavoro del laboratorio di fotografia e pertanto sono scattate dai ragazzi del Barrio, cioè nati e vissuti nei rifiuti e nutriti dagli stessi.

Questo è il web ufficiale: http://www.amundzukukahina.org













Questo invece è il Barrio di Maputo
















01/12/15. Il Benvenuto
E alla fine ce l’abbiamo fatta, forse. Siamo di nuovo a Maputo. Fondi contati nella speranza che arrivi ciò che è stato promesso. Si stringe sempre più la cinghia. Tutto sommato è stata una scommessa sin dall’inizio.
Il viaggio è scorso veloce ed anche piacevole. La prima parte fino ad Addis nel sonno. Ero cotto e questo è un bene quando si viaggia. La seconda da Addis a Maputo ho fatto un po’ di esercizi “preparatori” come consigliato da Fabrizio, puntualizzato il programma di quest’anno, quindi mi son  visto un paio di film africani. Una delle nostre aspirazioni è scrivere delle sceneggiature sulla base dei racconti raccolti.
Arrivo a Maputo, stranamente con un’ora di anticipo rispetto all’orario previsto. Prima domanda: ci sarà Fred o non ci sarà Fred ad aspettarmi come convenuto? Prospettiva: un’ora di attesa con una mole di bagagli impressionante, rincoglionito dal viaggio e dalla cappa di calura estiva e sicuramente assediato da uno sciame di personaggi senza remore o pietà, tra i più disparati e folkloristici che immancabilmente si offriranno o proporranno di fare le cose più disparate nella speranza di spillarti qualcosa. Nel tipico stile mozambicano, dolci, sinuosi, martellanti fino allo sfinimento. Quello tuo chiaramente.
A questo giro non c’è stato percorso alcuno di inserimento alle prassi locali. Tutto è avvenuto di botto. 35 gradi di temperatura e due ceffoni uno dietro l’altro come  rito di bentornato, giusto per far capire dove sei arrivato. Meglio così, ci leviamo il dente nella speranza di aver già dato alle usanze locali.  
Sceso dall’aereo sono stato bloccato, insieme ad altri passeggeri, dalle sorveglianti sanitarie con tanto di pettorina ufficiale e dai modi cortesi. Ebola era la priorità fino all’anno passato, quando con strumenti elettronici, una sorta di pistola che ti puntavano contro, tutti impettoriti da cotanto tuffo nel futuro e con movimenti insicuri, misuravano a tutti i passeggeri la febbre. Forse sarà passata di moda o le attrezzature elettroniche hanno dato forfait o si saranno stragate, rotte. Di certo a parte i manifesti sempre presenti ed allarmanti, niente più ebola ma quando ho mostrato il passaporto mi hanno gentilmente chiesto il certificato di vaccinazione per la febbre gialla.   Altrettanto gentilmente ho fatto notare che per il mozambico non è prevista la vaccinazione. Ma tu sei passato da Addis Ababa e per l’Etiopia necessita la vaccinazione la replica. A nulla sono valse le mie rimostranze: 
ho solo scambiato l’aereo senza uscire dall’aeroporto.
Per la città di Addis, a differenza di altri territori Etiopi non necessita il suddetto vaccino
Sono diverse volte che faccio lo stesso percorso e mai è stato richiesto il vaccino
Il consolato mozambicano a Roma sapeva del mio percorso aereo e che non avevo alcuna vaccinazione e non hanno avuto niente da obbiettare.
Di fatto una delle gentili ispettrici sanitarie, ce n’era uno sciame, mi ha sequestrato il passaporto e lo ha portato in un ufficio. Dopo un po’ è uscita e mi ha detto: aspetta. Attesa in coda. Non ero l’unico, mal comune mezzo gaudio. Magra soddisfazione. Pensieri. Come andrà a finire? Non è che per un qualche sussulto igienista o una qualche campagna ad uso e consumo di finanziatori sanitari mi vogliono tenere in quarantena come successo a qualcuno? Cosa posso fare senza telefono o altri mezzi di comunicazione? 
Ben presto queste preoccupazioni immateriali proiettate in un ipotetico seppur prossimo futuro hanno lasciato posto ad altre un po’ più materiali e pressanti. Stanno arrivando i bagagli. Li vedo lì in lontananza nel fondo della sala, oltre le barriere della polizia di frontiera. Un mucchio di gente ci si è già tuffata sopra. Non è che a qualcuno tra i tanti funzionari, poliziotti, doganieri, semplici impiegati, i numerosi infiltrati nella cosiddetta area protetta che cercano di accalappiare stranieri in sbarco o offrire loro improbabili servigi, viene la malaugurata idea di appropriarsi di bagaglio presupposto orfano, comunque senza protezione alcuna e non repentinamente ritirato?
Un occhio alla porta dell’ufficio in attesa di sentenza, un altro ai bagagli. Così con altrettanto equamine maniera divido le mie preoccupazioni. Oltretutto mi sembra di intravedere scivolare sul nastro proprio i miei bagagli, quelli incellofanati di verde nell’aeroporto di partenza.  
Il nastro continua a girare, ad uno ad uno chi mi precede viene ricevuto nell’ufficio. I bagagli continuano il loro percorso ripetitivo, per larghi tratti spariscono dalla mia vista, fortunatamente riappaiono. la massa di passeggeri a man mano che recuperano il loro bagaglio di dirada, non la massa umana di contorno di cui sopra. 
Arriva finalmente il mio turno. Mi fanno entrare in ufficio. Un gentilissimo impiegato chiede cosa vengo a fare in Mozambico. Sorride commosso e compartecipe, sottolinea che sono nobili scopi e che ho tutta la sua solidarietà, un toccante accenno alla cooperazione tra i popoli e che siamo tutti figli di Dio, quindi tutti fratelli.  Con altrettanta gentilezza mi spiega che venendo da Addis ho bisogno della fantomatica vaccinazione. Alle mie garbate rimostranze altrettanto garbatamente replica che se qualcuno ha sbagliato nel passato, non per questo bisogna perseverare nell’errore. Che il consolato al momento del rilascio del visto probabilmente non sapeva della recrudescenza della malattia anche in quel di Addis, per cui i controlli sono divenuti più severi. 
Cerco di replicare, le mie suppliche non trovano sponda. Comprensione sì per il caso umano accompagnato da sì nobili proponimenti, ma assoluta fermezza sanitaria poiché con le epidemie non si può scherzare. Sono stanco, il pensiero dei bagagli continua a tormentare come una verruca i miei anfratti cerebrali. In un momento di vuoto assoluto, perso nel sudore e negli odori che si incrociano nella stanza,  mi riscopro senza argomenti e voglia di continuare ad argomentare. Mi rivedo in quarantena, senza bagagli, senza allievi e senza comunicazioni con l’esterno. 
Compartecipe al piccolo dramma che mi sto vivendo, il funzionario mi viene in soccorso.  per ovviare a tali situazioni, hanno predisposto un servizio vaccinazione proprio lì all’aeroporto. Mi rimane un po’ difficile da capire cosa me ne potrei fare del  vaccino se ho già contratto la malattia. Ma se questa è la via di uscita, sono disposto a farmi vaccinare. Ma in tempi rapidi sottolineo. Saremo rapidissimi, non si preoccupi. Si illumina il funzionario. Ed oltretutto, mi fa osservare che la vaccinazione è valida per il resto della mia vita. Fatta una volta in futuro non avrò più problemi di questo tipo.
Incomincia a compilare il libretto sanitario delle vaccinazioni quindi mi passa un foglio con il tariffario della vaccinazione. posso pagare in Meticais, in Rand, in dollari, in euro etc… al pagamento come consuetudine non si frappongono ostacoli di sorta. Scelgo il pagamento in euro. 40 euro non previsti nel piano spesa. 
Mi chiede, per procedere, la somma stabilita dal tariffario. Ottenuta la somma mi fa firmare il libretto. Rimango in attesa. Timbra il libretto, lo inserisce nel passaporto, me li consegna e mi dice tutto a posto puoi andare.    
Non posso più contrattare sul prezzo, i soldi li ho già consegnati, probabilmente ho firmato che sono stato sottoposto a vaccinazione, insomma il cerchio è chiuso alla faccia delle politiche di debellamento delle malattie. Di certo se si affronta ebola, SIDA etc… alla stessa maniera…. 
Ma non ho tempo per pensarci troppo. I bagagli!!!!!! Sono ancora lì? Mi fiondo fuori dall’ufficio. Sono rimasti pochi viaggiatori che stanno raccattando i loro bagagli. Intravedo i miei bagagli ma anche un nugolo di personaggi che sembrano particolarmente interessati alla sorte dei miei bagagli. Ho da superare la barriera dell’ufficio immigrazione. Consegno il passaporto ad una grassa poliziotta dai movimenti rallentati e dai circuiti mentali, lo scoprirò da lì a poco, ancor più rallentati se possibile. Le ho consegnato il passaporto aperto sulla pagina del visto. Osserva con fare scientifico il visto, quindi con pacata lentezza sfolgia tutte le pagine del passaporto, nessuna esclusa. Ad ogni pagina una profonda riflessione, anche su quelle in bianco.  E il tempo passa e il nastro dei bagagli si è fermato. Sono rimaste solo le mie due valigie. Alla fine la poliziotta sentenzia, devi fare il visto. Contemporaneamente osservo due figuri dal fare traffichino che stanno caricando le mie due valigie su di un carrello e si guardano intorno. Non posso oltrepassare la barriera senza passaporto timbrato. Cerco di affrettare le operazioni cercando di spiegare l’urgenza che la situazione bagagli impone. La poliziotta non sembra capire la situazione. Le indico disperatamente i figuri con i miei bagagli già caricati. Imperturbabile, non accenna nessuna reazione. Forse solo troppa fatica a mettere in moto i circuiti cerebrali in quel caldo afoso, forse semplice consuetudine di vita e di lavoro.  
Rapidamente le ritrovo il visto, gli indico la data di emissione. Mi guarda perplessa e poco convinta anche se il visto è nella loro lingua e non nella mia. Continua a riflettere sulla pagina del visto. Lo rigira sui quattro lati, forse per trovare uno scorcio più convincente. Il carrello con i miei bagagli sembra muoversi con circospezione. Prendo una decisione, al diavolo il rispetto delle prassi e delle regole, forzo il blocco, tanto sono tutti beatamente a chiacchiera, e mi introduco in territorio mozambicano senza passaporto. La poliziotta mi grida con voce stanca e lenta qualcosa dietro, interrompendo la placida chiacchierata dei suoi colleghi. Ma è solo un attimo, riprendono la loro placida conversazione, forse troppo sforzo seguire e soprattutto reagire a quel che sta succedendo. Mi fiondo con il mio bagaglio a mano di circa 25 KG, sui conducenti del carrello che se la prendono a male. Hanno da ridire, in fin dei conti mi volevano solo aiutare per prendere una mancia. Non ho la fantasia per introdurmi in un altro delirio. Gli prendo il carrello dalle loro mani, gli dico che non sono autorizzati a toccare il mio bagaglio e ritorno dalla poliziotta che forse scossa da così impetuosi accadimenti ha finalmente timbrato il passaporto. 
A questo giro per la prima volta, sarà perché forse ho già dato, non mi fermano alla dogana. Mi sento stupido. A questo giro non ho portato il mio parmigiano ed altri ammennicoli alimentari per evitare la trafila e l’estenuante battaglia contro l’importazione clandestina di beni alimentari (carni formaggi e vari) che possono introdurre malattie secondo l’editto ministeriale ma anche internazionale etc….
Fred non è lì ad aspettarmi. Ma questo me l’aspettavo.
Arrivo finalmente a casa, quella che vorrebbe essere la mia casa nei prossimi tre mesi. La casa è bella grande, luminosa, ariosa, magari le rifiniture lasciano un po’ a desiderare, ma questa non è una novità. L’unico problema è che non c’è assolutamente niente dentro. Non ci sono letti, con c’è cucina frigorifero, tavoli, piatti, pentole, comodini. Una grande casa che rimbomba nel vuoto assoluto.
Fred mi ha garantito che c’è tutto, c’è solo da portare la roba in casa. Entro due giorni è tutto fatto, ma stasera arriva il letto….. 
Non so, Sono le nove, scrivo in una casa assolutamente vuota,  non ho acqua da bere, carta igienica, asciugamani, qualcosa da mangiare, posate, carta telefonica etc... solo una specie di tavolo un po’ inclinato e N3 sedie.  Il tutto ha certamente il suo fascino, specialmente per una persona come me abituata ad ammassi di roba e mobili. Magari non una funzionalità pratica. Aspettiamo possibili evoluzioni nel prossimo futuro e che torni Fred con le scatole “casa/ufficio” che ho lasciato dalle suore. Nel frattempo ho chiamato Gregorio per cercare di elaborare possibili piani B.
Benvenuti in Mozambico. 
ROb


Cari amici,
alcuni giorni fa, per introdurre gli allievi ultimi arrivati ai concetti di tempo di posa e quello di apertura del diaframma nella fotografia, ho usato una metafora. Ho posto loro il seguente quesito “Da un rubinetto esce 1 litro di acqua al secondo, devo riempire una bottiglia di 6 litri. Quanti secondi sono necessari?” 
Nessuno degli allievi ha saputo rispondere al primo quesito. Non quelli che frequentano la ottava o la nona classe (corrispondenti alla 1° e 2° superiori da noi) ma neanche chi ha preso la decima secunda, la dodicesima classe e che corrisponde al diploma delle superiori. Un po’ meglio, chi, magari analfabeta ha l’abitudine quotidiana a trafficare, magari nella lixeira. 
Il giorno successivo dopo un lungo percorso siamo arrivati alla constatazione che con il diaframma molto aperto necessita un tempo di posa breve. Assodato ed introiettato ciò, ho posto la domanda all’incontrario, e cioè: “con un tempo di posa breve come dev’essere il diaframma?”  Panico totale. Nessuna risposta o risposte fuori luogo. Ma alla domanda che ho posto a Virgilio: “se tu mangi molto, la tua pancia com’è?” Risposta immediata. Piena. Ho posto la stessa domanda all’incontrario: “se la tua pancia è piena, come hai mangiato?”  Anche in questo caso la risposta è stata immediata, molto.  
A seguire un piccolo aneddoto raccontato da un amico italiano che da anni ha messo su una piccola azienda di servizi informatici ed assume per principio solo personale locale. Buona parte del tempo viene assorbita nella formazione base del personale selezionato, per lo più diplomato o laureato, talvolta persone  semplicemente di buona volontà senza particolare formazione scolastica. Di solito pone il seguente quesito “un’ automobile va alla velocità media di 100 Km orari, deve percorrere una distanza di 100 Km. Quanto tempo impiega?”
Le risposte raccolte, a prescindere dal livello di formazione scolastica, sono tra le più gustose. Qualcuno gli risponde “ non si può dire perché dipende dal tipo di macchina”, qualcun altro “è difficile saperlo perché dipende se la strada è messa bene o è malridotta”. Quindi passiamo al “ non si può rispondere perché dipende da quante volte  l’autista si ferma per fare la sosta” e così via. Talvolta sono semplici espedienti o furberie per aggirare una incapacità, altre deduzioni  meditate e sincere, qualcuno chiaramente da anche la risposta corretta secondo gli assunti della fisica. 
Al di là del piacere del confronto umano e di come ti possano spiazzare alcune risposte che nel fondo hanno un loro senso, con questi aneddoti vorrei sottolineare le  difficoltà di un sistema formativo e scolastico probabilmente non altezza delle sfide quotidiane e ancor più di quelle proiettate nel futuro, ma anche le difficoltà che i ragazzi incontrano, poiché non attrezzati in quella direzione dalle consuetudini quotidiane,  nell’affrontare il pensiero astratto o la concatenazione logica,  la capacità di sintesi e deduzione, basi del pensiero razionale, della matematica, ma anche della filosofia e di pianificare un’azione pratica proiettata nel futuro. Così come, una consapevolezza del sé e della conoscenza in generale.
Virgilio alla domanda che deriva da un’esperienza molto concreta e quotidiana sulla pancia ha risposto esattamente e coniugando senza esitazione  anche il suo opposto.  Nel momento in cui lo stesso procedimento si è spostato su di un campo più astratto, è andato in confusione così come i suoi compagni.
Possiamo e dobbiamo rispettare ed accettare altre modalità di affrontare il quotidiano ed altri paradigmi su cui basare un possibile sviluppo. Mi rimane comunque difficile immaginare su queste basi un possibile sviluppo economico e sociale del paese. Rimane difficile pensare che questi ragazzi, che ci piaccia o no, si dovranno confrontare nella competizione economica, culturale, sociale e di vita con coetanei cinesi, indiani, brasiliani, coreani, indonesiani, europei, sudafricani, americani etc…. che, se vorranno essere indipendenti, dovranno far produrre alle loro fertili terre il cibo necessario per sfamare il proprio popolo, far funzionare ospedali, sistemi sociali e produttivi complessi che influenzano la vita o troppo spesso la sopravvivenza di circa 18 milioni di esseri umani… i livelli di formazione universitaria  sono di conseguenza, così come la qualità dei lavori e dei servizi.   
Il paradosso non è tanto il fatto di non saper rispondere ad alcuni quesiti logici molto semplici, quanto il fatto che chi con una certa difficoltà riesce a risolvere i quesiti su illustrati, troppo spesso, si sente arrivato, si sente di conoscere tutto lo scibile matematico e la scienza. Insomma si sente, non migliore ma superiore e di conseguenza arrivato. Chi ha una laurea, talvolta comprata, si sente arrivato a prescindere dalle sue reali capacità. Una posizione che non ci porta a migliorarci, che non ci porta a quella curiosità, accompagnata dall’umiltà della consapevolezza dei propri limiti che secondo me sono alla base del progresso. Di qualsiasi forma di progresso. 
Qualche anno fa ero a colloquio con uno studente del corso di lingua italiana a Maputo. Un corso base para universitario. In collaborazione con l’insegnante italiana, preferivamo far lavorare come interpreti alcuni studenti del corso.  In tal modo potevano far pratica quotidiana della lingua parlata, approfondire le proprie conoscenze e mettersi un po’ di soldi da parte come borsa di studio. Lo studente in questione era senza dubbio simpatico e sveglio. Il solo piccolo problema è che avevamo difficoltà a capirci in italiano, parlavamo di cose semplici in forma altrettanto semplice, per farmi capire mi aiutavo con il mio strampalato portoghese.  Ad un certo punto dopo avergli spiegato con fatica e pazienza la situazione del laboratorio, i compiti etc… gli chiesi che contributo chiedeva per aiutarci nelle traduzioni dal portoghese e dallo shangan. Mi sparò, dato che eravamo noi  e si trattava di un’azione benefica, 1500 Euro al mese più le spese. Gli feci notare che un professore laureato con esperienza, guadagnava 300 euro al mese ed un chirurgo dell’ospedale non arrivava a quella cifra. 
Mi rispose candidamente che un interprete all’ONU guadagna anche 500 US dollar all’ora. Per cui lui mi stava chiedendo una miseria. Gli chiesi se avesse una lontana idea di quello che era il lavoro di un’interprete e quali capacità si chiedono ad un interprete. Poi, dato che le cose stavano prendendo una piega troppo lunga, gli feci semplicemente notare che in quel preciso momento  lui aveva enormi difficoltà a comprendere ciò che io gli stavo dicendo in una lingua italiana estremamente semplificata, che stavo scandendo lentamente le parole e non stavamo parlando né di filosofia tanto meno di medicina o ingegneristica. Che personalmente non avevo bisogno di un qualcuno munito di un pezzo di carta, ma di qualcuno laureato o no che comprendesse un minimo di lingua italiana e che la sapesse un minimo parlare,  punto. Lo abbiamo comunque preso come collaboratore, e i nostri allievi, figli della discarica, lo correggevano ogni qualvolta non traduceva le mie parole in modo corretto e viceversa.    
Un giorno, parlavamo di metodiche di insegnamento e dell’importanza della scuola per un paese,  un maestro mi confessò con ingenua sincerità che lui ai suoi alunni  insegnava solo una piccola parte del suo sapere, altrimenti rischiava che nel futuro i suoi alunni di oggi gli potessero far concorrenza. Il problema era, per me, quanto quel maestro non avesse coscienza del suo ruolo sociale ma anche della non consapevolezza dei notevoli limiti del suo sapere e delle modalità antiquate e poco efficaci nei suoi metodi di insegnamento. Gli chiesi, nell’occasione, se non sentisse il bisogno di aggiornarsi, di confrontarsi con altre realtà e metodologie poiché il mondo è in continua evoluzione. Mi guardò quasi sdegnato dicendomi qualcosa tipo “guarda che io sono laureato”.  Talvolta la risposta in questa direzione è la seguente “per quello che mi paga lo stato, dovrei anche perdere tempo ad aggiornarmi?”. Chiaramente stiamo generalizzando e ci sono anche fulgidi esempi di dedizione, passione e consapevolezza.  
La conseguenza di questo quadro disarmante è che nel paese, chiaramente ogni generalizzazione è limitata e limitante di suo,  non ci sono imprese di un certo livello gestite da neri,  chi vuole lavori fatti in una certa maniera non si affida ai neri, il commercio di un certo livello è in mano a persone di origine araba o indiana, la gente preferisce non farsi operare da medici locali che oltre ad incapacità professionale mostrano un notevole tasso di arroganza ed il più delle volte ti operano senza spiegarti di cosa ti stanno operando e perchè. I neri occupano i livelli decisionali della politica e quelli della burocrazia, la più semplice fonte di arricchimento. Le ricchezze e le potenzialità del paese, dai terreni agricoli alle foreste fino alle risorse minerarie si stanno svendendo ad altri paesi che li gestiranno portandosi con se mano d’opera specializzata e lasciando alle maestranze locali i lavori più umili. Per il beneficio immediato di pochi e ponendo una serie ipoteca su un futuro sviluppo delle potenzialità locali. 
Padre Prosperino Gallipoli, un grande, riuscì a creare animato da amore per il popolo degli umili e partendo da niente, l’UGS, l’unione delle cooperative, nel significato più alto che questo concetto può assumere e non quello che la pratica odierna in Italia ha squalificato. L’UGS a suo tempo dette lavoro dignitoso e speranza di vita a migliaia di diseredati, in un circuito virtuoso che vedeva la formazione, l’istruzione, l’assistenza sanitaria etc… Alla sua morte, i dirigenti della cooperativa come primo atto si sono dati degli stipendi da favola. A poco a poco hanno venduto a proprio profitto le proprietà della cooperativa togliendo ai lavoratori tutti i benefit sociali, ragione per cui la cooperativa aveva preso vita. Ad oggi tutto è stato venduto e distrutto a beneficio di pochi, non esiste praticamente niente, se non un ricordo fulgido e l’amarezza di un’occasione perduta.  
Un sindacalista delle ACLI, raccontava P. Jorge, in collaborazione con i sindacati locali, alcuni anni fa ha messo in piedi officine di lavoro e di formazione professionale. L’anno scorso è tornato in loco, ha pianto per l’amarezza. I responsabili locali, sindacalisti essi stessi, avevano venduto il tutto a proprio beneficio.
Per me il problema alla base, le problematiche da affrontare sono innanzitutto, culturali e di formazione umana, di consapevolezza del se e del se inserito in un contesto sociale, della consapevolezza di ciò che vuol dire conoscenza e conoscenza dei meccanismi che regolano il mondo, ma anche e sopra tutto di responsabilità individuale, umana e sociale.  È facile e gratificante distribuire cibo e medicinali, molto più complesso e talvolta meno gratificante formare professionalmente ma soprattutto umanamente. 
Non so se con queste constatazioni posso essere considerato razzista, come qualche cuore romantico ha adombrato, magari rifugiandosi dietro il luogo comune “ma guarda che begli oggettini sanno costruire?” Penso che un popolo non possa essere condannato a far collanine o borse di paglia per il piacere di qualche anima postromantica, ma penso sopra tutto che se non abbiamo il coraggio di guardare i con franchezza spietata i problemi reali, sarà poi difficile trovare soluzioni. Se vogliamo osservare la realtà solo attraverso i filtri della nostra ideologia e delle nostre proiezioni ideologiche, sarà poi difficile avere un quadro reale della situazione da affrontare e di conseguenza trovare risposte opportune. 
Penso abbisognerebbe una profonda riflessione sulle metodiche utilizzate per intervenire nei cosiddetti paesi in via di sviluppo e nelle aree del disagio, a partire dalla cooperazione ministeriale fino alle ONG e a tutti i soggetti coinvolti, religiosi e laici che siano. Metodiche  e modalità, troppo spesso autorefenziali o di pura propaganda, che stanno mostrando la corda o che sono state di fatto fallimentari o nel peggiore dei casi hanno formato mentalità distorte o talvolta, come osservato da alcuni sociologi ed economisti africani, inibito possibilità di sviluppo. Di fatto ad oggi non esiste uno studio serio sui risultati negli anni degli investimenti effettuati, dei risultati ottenuti rispetto ai costi. L’unico paradigma sembra essere la capacità di spesa e la melensa propaganda. 
Purtroppo sembra manchi il coraggio di mettersi in discussione in prima persona, rinunciare magari a rendite di posizione acquisite, ed affrontare seriamente il problema.  
Un abbraccio a tutti

ROb

15 dicembre 2016

Children from Srebrenica

Ricevo dal caro amico Irvin nato a Srebrenica poco prima del genocidio e messo in salvo dalla madre e che ora vive di nuovo nella cittadina.



Srebrenica for Aleppo
In those days, we are watching in astonishment what is going on in the Syrian city of Aleppo. Children, Women and civilians are exposed to atrocities. Children, Women and civilians trapped in a corner of a besieged city without water, food, electricity, medicine. Each of us can see the desperate call of helps coming from Aleppo, it's enough to open Facebook or Twitter. Each of us is watching, sharing and posting on our profiles but no one government is moving a finger to change the situation. Look like that the economic and political interests of governments are more important than the life of innocent people.
Only 21 years ago, in Srebrenica (Bosnia and Herzegovina), we were the people of Aleppo. Our fathers, brothers, children were being killed in the worst way possible, and others far away, silently and helplessly, watched just as we do today. We were sending desperate calls to the international community. We were believing that Europe will never allow that it will happen. We were thinking that we learned from the Holocaust, the concentration and death camps. But we were wrong: it happened again. And it happened under the UN flag in a safe area protected by the UN peacekeepers. 8329 human beings were killed and their bodies displaced in mass graves for what is worldwide known as the Srebrenica Genocide, the worst massacre in Europe since the Nazis.
Today, we cannot stay anymore silent in front of what is going on in Syria and Aleppo. For years the slogan “Never Again” shepherd the annual commemoration of the Genocide. For years, Prime Ministers and representatives of governments asked forgiveness for their responsibilities and said “Never Again!”. Did we learn anything from Srebrenica? How many Srebrenica we need in order to understand something? How many innocent people has to die in order that the world will open its eyes? How many children has to become orphans in order to touch the heart of people?
It's time for the mankind to show that we learned something. It's time to build bridges of hope between human beings. It's time to take down the walls of prejudices that have been erected between us. It's the time to demilitarize our countries. It's the time of solidarity and trust. Each of us is victim and responsible of the actual situation, each of us has the power to make a change, to make this world a better place. If the world does not change now, if the world does not open it's doors and windows, if it does not build peace – true peace – so that our children have a chance to live in this world, then we cannot explain why Srebrenica happened.
Not so many of us survived, and not so many of us found the strength to come back to live in Srebrenica. But today we feel the responsibility to call upon all the governments to listen to us. To stop the war in Syria, to take care of the civilians victims of atrocities, to start a democratic process of peace-building. Today, we feel the responsibility to call upon all the mankind to listen to us. To push our governments to start a demilitarization of our countries. To close the army industry. We call the mankind to be human, to be emotional, to understand the needs of the other one and act in solidarity.
On Sunday 18 we are organizing a peaceful demonstration in the memorial center/cemetery in Potocari where a part of our loved ones, killed in the Genocide, are buried. We will call again the world to open its eyes in front of the Syrian situation. 21 years ago the world closed its eyes in front of us and let us kill as animals. We hope that all of us learned from this experience. We hope that the world will not close its eyes again. We hope that Srebrenica never happen again to no-one and nowhere in the world.
Children of Srebrenica 

29 ottobre 2016

"Sul percorso dell'uomo planetario"

Ecco un breve resoconto della seconda partecipata iniziativa "Sul percorso dell'uomo planetario" tenutasi ieri al circolo PD Isolotto. Grazie a tutti gli ospiti e a chi con la presenza ci sprona a continuare nella nostra iniziativa.

Sui sentieri dell'uomo planetario – affrontare l'Esodo – 28 Ottobre 2016







Nella seconda puntata del nostro percorso abbiamo affrontato il tema dei migranti dando voce a chi è diretto contatto con loro sia nel punto di origine che nel punto di destinazione.

Con Franco Quercioli e Claudio Gherardini abbiamo riascoltato dei passaggi di un intervista di Ernesto Balducci registrata ai tempi della Guerra del Golfo e abbiamo riscoperto l'attualità sorprendente del suo messaggio sull'inutilità della guerra. E' stato richiesto che le sue interviste rilasciate a Controradio fossero digitalizzate e rse bene comune a servizio del Circolo e di tutti quanti.
Con Moreno Biagioni della Rete Antirazzista abbiamo analizzato le politiche di accoglienza dei migranti, dei limiti che attualmente presenta e delle prospettive che possono essere raggiunte.
Con Elisa Cesan della Chiesa Valdese abbiamo discusso del Progetto dei Corridoi Umanitari promosso dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e della Comunità di Sant’Egidio che si pone l'obiettivo di mettere i profughi in grado di presentare le proprie richieste di protezione già alle istituzioni presenti nei paesi terzi (paesi limitrofi alle zone di guerra), senza esporsi ai rischi mortali del viaggio illegale verso l’Europa. Attualmente il progetto pilota porterà in Italia circa 1000 rifugiati siriani provenienti soprattutto dai campi profughi libanesi.

Per tenerci informati c'è il sito: http://www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari/
Con Francesca Testa di Emergency Firenze abbiamo ripercorso le numerose attività di Emergency nella fase di prima accoglienza dei profughi e abbiamo sfatato il falso mito dei migranti portatori di malattie. L'organizzazione messa in piedi dalla Marina insieme con le organizzazioni presenti sul posto consente uno screening efficace: il principale disagio di cui soffrono i rifugiati e lo shock psicologico dovuto al viaggio disumano e quindi spesso il supporto medico è rivolto proprio a lenire questi traumi.

Con Alessandro Bechini di Oxfam abbiamo spiegato con i numeri che questi spostamenti non costituiscono un esodo inaspettato ma rientrano in una normale dinamica di spostamento di popoli. Dei 65 milioni di rifugiati poi solo il 5% percento raggiunge la ricca europa: la maggior parte dei rifugiati è a carico delle aree più povere del pianeta. I migranti poi che riescono a mettersi in viaggio sono quelli con una discreta capacità economica: i più poveri non possono sfuggire al destino che li aspetta nel proprio paese natale. Abbiamo parlato del migration compact e delle perplessità legate alla sua applicazione, visto che i finanziamenti sono spesso destinati a regimi dittatoriali che non offrono alcuna garanzia. Le proposte di Oxfam per una gestione responsabile e attenta ai diritti e alla dignità dei migranti sono piuttosto la creazione di canali legali per l’accesso in Europa, la protezione in mare e ai confini terrestri, la promozione di sistemi di accoglienza adeguati e umani, la tutela dei diritti di chi arriva a prescindere dallo status giuridico, la partecipazione alla risoluzione di crisi e conflitti che sono a monte dei flussi migratori verso l’Europa. 

Abbiamo inoltre affrontato il tema dei minori accompagnati che sbarcano sulle nostre coste per poi svanire nel nulla, in fuga verso il Nord Europa o peggio ancora vittime di reti di sfruttamento.
Con Maria Cristina Manca di Medici senza Frontiere abbiamo parlato delle molte sfide che i migranti e i richiedenti asilo devono affrontare al loro arrivo in Italia, sia nei centri di accoglienza che di detenzione. In particolare abbiamo ripercorso la sua esperienza nel centro di accoglienza di Trapani dove in collaborazione con il Ministero della Salute e il Ministero degli Affari Esteri, Medici Senza Frontiere da un supporto anche psicologico ai migranti. Abbiamo anche parlato delle aspettative e dello smarrimento di chi, dopo aver messo in pericolo la sua vita, cerca di costruirsi un futuro in Europa. Abbiamo dato notizia dell'interessante iniziativa “un milione di passi” tra cui spicca la pubblicazione di un piccolo opuscolo che smonta uno a uno i principali 10 luoghi comuni (o meglio mistificazioni) sui migranti:

Con Claudio Tamagnini abbiamo ripercorso la sua esperienza nelle terre del Kurdistan turco. Impressionanti sono le immagini di guerra in un paese che non è in guerra ma che è preda di una feroce opera di nazionalizzazione da parte del governo Erdogan che si sta operando con ogni messo per eliminare le radici del popolo curdo che rappresenta comunque circa un quinto della popolazione complessiva della Turchia.

Infine con Claudio Gherardini abbiamo ripercorso il reportage che ha fatto tra il Febbraio e l'Aprile 2016 nel campo di Idomeni in Grecia. Le sue fotografie e il suo racconto sono emblematici di un sopruso che si è consumato ai danni di rifugiati siriani che scappavano dalla guerra. Un sopruso che purtroppo per molti continua ancora visto che molti di essi sono stati trasferiti in dei capannoni industriali abbandonati nella periferia di Salonicco dove hanno trovato pessime condizioni di accoglienza, con pochissimo cibo e acqua a disposizione e con servizi igienici completamente sporchi. Sono diventati dei fantasmi perché non più raggiungibili dai media come invece lo erano nell'accampamento di Idomeni.


Forti di questi nuovi stimoli il percorso sui sentieri dell'uomo planetario continuerà e vi terremo aggiornati sulle prossime iniziative. Nelle prossime settimane continueremo a evidenziare le notizie e le iniziative di chi abbiamo incrociato lungo il nostro percorso cercando di fare da cassa di risonanza per le buone pratiche e le buone idee.

Renzo Pampaloni

28 luglio 2016

Dopo Idomeni al peggio non c'è mai fine

Esauriti i fondi per essere sul posto raccolgo gli aggiornamenti a distanza e ve li invio disturbando le atmosfere estive.

Oggi ore 12: Diciottenne morta in un campo di concentramento nella ex SOFTEX, 5km da Salonicco.

La cosiddetta rotta balcanica chiusa dal 20 marzo scorso in realtà non si è mai chiusa davvero.

Dato che impedire a uomini in fuga con famiglie di cercare speranza è IMPOSSIBILE, un rivolo di fuggiaschi arriva da sempre a Belgrado e sono circa 300 al giorno che poi si incamminano verso l'Ungheria che per un certo periodo li ha fatti entrare. Tutto sottobanco.

Ora sembra che l'Ungheria voglia richiudere la fessura di confine e a Belgrado lentamente si ammassano famiglie, minori soli....

Non so esattamente quale sia la situazione nei centri militarizzati ai confini tra Serbia e Fyrom e tra Fyrom e Grecia. Penso ce ne sia qualche centinaio.

Sono persone fuori da ogni burocrazia e illegali per forza, destinati chissà a quale sorte.

La sorte delle decine di migliaia di siriani e iracheni bloccati in Grecia, quelli di Idomeni e tanti altri è un poco più nota.

Ormai è loro opinione comune che "si stava meglio nella polvere e nel fango di Idomeni". Le aree suburbane nella quelli sono situati i capannoni del dopo collasso della Grecia fanno anche un poco paura e negli hangar si vive malissimo. Caldo asfissiante, poco cibo e cattivo, militari e polizia razzisti e ottusi e incapaci e pochissima assistenza medica.

Oggi alle ore 12, nel campo denominato Softex nella terrea periferia di Salonicco una ragazza di 18 anni è morta per un malore mentre faceva una doccia di "fortuna" dentro a un tendone di plastica.

Nessuno in loco è stato in grado di aiutarla.

L'ambulanza è arrivata dopo 90 minuti nonostante che Salonicco, che è la seconda città della Grecia, sia distante dal campo Softex circa 5 chilometri.

Subito le persone che abitano il campo di concentramento hanno bloccato la strada di accesso come si vede dalle foto allegate.

La foto dove appaiono due persone con la pettorina della Croce Rossa si riferisce invece a quello che è accaduto ieri nel campo di concentramento di Oreocastro che è un paese a mezz'ora da Salonicco in direzione nord ovest.

La Croce Rossa greca è arrivata nel campo per distribuire generi necessari. Le persone che vivono nel capannone con 40 gradi di temperatura hanno cercato di spiegare che la distribuzione effettuata con la classica fila unica davanti ai camion è secondo loro da evitare proprio.

Già a Idomeni spesso nella fila accadevano risse ma soprattutto le donne venivano molestate dagli uomini dato che non tutti questi arabi siriani sono di provenienza cittadina e civile e sono in parte anche personaggi primitivi, come sappiamo. 

Dopo un lungo diverbio tra persone e volontari Croce Rossa, questi ultimi se ne sono andati via in malo e modo e senza distribuire niente!

A Salonicco e altrove in Grecia sono molto attivi i gruppi antagonisti come Over The Fortress e Melting Pot. Lavorano bene ma occupano stabili vuoti dove sistemano i rifugiati e poi vengono sgomberati dalla polizia. L'autogestione in Grecia non sembra venga approvata.

Quelli in Turchia...... Quelli al confine tra Siria e Turchia

I primi stanno facendo gli schiavi per le attività artigianali o altro per pochi denari al giorno, inclusi i bambini che come si sa con le loro manine possono fare tante belle casette.

Dei secondi, che stanno tra due fuochi, siriani e daesh e polizia turca non mi sembra si racconti niente.



Claudio Gherardini


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11 luglio 2016

Srebrenica 21° - La pace bastarda.

Tuzla (Bosna i Hercegovina) 11 luglio 2016

Un impressionante coro di ragazzine vestite di bianco e di donne vestire di nero ha cantato la disperazione nel tremendo scenario dello sterminato cimitero memoriale di Potocari, a Srebrenica. Sotto un sole spietato una enorme folla ha partecipato alla cerimonia per i ventuno anni dal Genocidio di Srebrenica ma soprattutto alla inumazione dei 127 piccoli sarcofaghi di tela verde contenenti i resti di altrettante vittime del massacro volto a eliminare dalla zona la maggioranza di fede islamica. Una commissione specializzata, che non ha pari nel mondo in quanto a ricerca del DNA, ogni anno scava, nei territori della parte serba della Bosnia Erzegovina, alla ricerca dei resti, anche solo un resto biologico, una piccola parte del corpo, di coloro che ancora mancano all'appello che sono circa mille. Una volta erano diverse centinaia ogni anno ma a ventuno anni dalla morte e dai molteplici spostamenti, eseguiti con le ruspe di Ratko Mladic, da una fossa comune a una più distante, allo scopo di rendere impossibile il ritrovamento, sono sempre meno i ritrovati.

Nei programmi di Mladic non si doveva proprio ritrovarli ma non sapeva che di li a poco sarebbe arrivata la tecnologia per il riconoscimento del DNA e sarebbe rimasto fregato. 

Polemiche a non finire anche quest'anno tra la parte islamica della Bosnia e la parte serbo bosniaca e naturalmente il governo della Serbia. Belgrado nega la definizione di genocidio ma anche nella capitale della Serbia c'è un piccolo partito che comincia a chiedere di ammettere che quello che accadde non può essere considerato alla stregua di atto di guerra "comune".

Lo scorso anno, assieme a presidenti come Clinton e il turco Davutoğlu,si era recato in visita anche il premier serbo Alexander Vucic, che durante la guerra stava con i peggiori e minacciava di uccidere cento musulmani per ogni serbo ucciso.

Vucic fu accolto bene salvo poi rimanere vittima di un lancio di oggetti che creò un caso che comunque lui stesso minimizzò subito affermando che potevano essere stati anche i suoi a prenderlo a sassate. Vucic sta portando la Repubblica di Serbia verso l'Unione Europea e questo non piace a tanti serbi e pochissimo a Vladimir Putin che appoggia invece il mini capo serbo bosniaco Milorad Dodik che sogna il suo piccolo Stato fondato proprio per iniziare la guerra contro islamici e cattolici in Bosnia Erzegovina, nel 1992, da Radovan Karadzic e il suo partito SDS.

Nello scorso anno centoventisette persone sono state chiamate per annunciare che qualcosa del loro parente, figlio, fratello, moglie o marito o cugino, era stato ritrovato chissà dove o anche diviso in più luoghi e che oggi sarebbe stato tumulato a Srebrenica. Pensate.... Strappati alle famiglie, ragazzini e vecchi, furono caricati su mezzi e portati alla fucilazione e poi gettati nelle fosse già pronte. 8372 persone di sesso maschile.

Questo definisce i fatti come GENOCIDIO e non come un evento bellico "normale". Su questo infuria la polemica e lo scontro Russia - USA laddove Putin pose il veto all'ONU e fu impossibile che la dichiarazione GENOCIDIO divenisse universale.

Mogli, figli, fratelli, non hanno saputo più niente di loro e hanno atteso ventuno anni per avere dei resti da seppellire e pregare.

Da quest'anno il governo bosniaco ha deciso di non diramare più inviti a personalità per questo giorno. Ognuno potrà venire se vorrà. Questo anche per cessare altre polemiche su chi invitare.

Una diretta TV per l'intera giornata e nelle case bosniache risuonano i nomi delle vittime che saranno tumulate oggi e finalmente finiranno  il loro lungo viaggio nell'orrore e riposeranno in pace omaggiati da decine di migliaia di loro compatrioti.

Domani avverrà altrettanto da parte serbo bosniaca in una località non lontana e finché la pacificazione, tramite assunzione di responsabilità di ognuna delle parti non avverrà, l'11 luglio sarà giorni di divisione e non pacificazione.

Certo che i satelliti di tutte le potenze avranno certamente visto bene, l'11 luglio 1995, cosa stesse accadendo a Srebrenica, le fosse pronte poco lontano, il corteo di mezzi e la folla di disperati che fino a poco prima pensavano di essere al sicuro con i caschi blu olandesi.

Si è lasciato che avvenisse, la guerra doveva finire, come infatti accadde tre mesi dopo, e perché finisse si doveva concedere a Radovan Karadzic e al suo capo Slobodan  Milosevic quella fetta di territorio popolato da islamici che disturbava la Republika Srpska proprio al confine con la madre patria Serbia. Forse nessuno chiese a Milosevic come sarebbe avvenuta la deportazione e forse i geniali governi occidentali non immaginavano che potesse avvenire anche per sterminio.

Fu lasciato che accadesse, come in Ruanda, qualcuno si ricorda del Ruanda, forse, e oggi in Siria, in Iraq, Libia e Nigeria...

D'altronde se lasciamo che migliaia di persone affoghino con i loro bambini e che chi sopravvive venga segregato in capannoni fatiscenti o anche lasciato per strada, come possiamo pensare che ci interessasse quello che accadeva a Srebrenica ventuno anni fa in queste ore.

Noi che non sappiamo ancora dove si trova la Bosnia Erzegovina.... che fra l'altro ha come attività in crescita il turismo per le sue bellezze naturali...

Così bella la Bosnia, terra di sangue e di miele...

Claudio Gherardini


Qui il video del reportage di un anno fa: https://youtu.be/Dj01m3x4Y0U



Foto di un anno fa quando furono 136 i resti tumulati. Foto di Vedran Jusufbegovic che mi coglie impietrito, solo, davanti alle 136 piccole bare.

06 luglio 2016

4 mesi disperati che poi saranno quanti ancora?

Idomeni è ovunque e sta avvelenando le menti e i corpi di migliaia di bambini, donne e uomini.

"Citizens -- without  home land
Hounded like sparrows  on maps time
Travelers without papers
Deads without ashroud
We are the victims of age--- each governor
Sell us and take the price !!!!!"


Il mio fraterno amico siriano Mohammad stamani mi ha scritto questo testo qui sopra. E' un farmacista di 46 anni, molto professionale, in fuga con suo figlio di 19, tecnico programmatore digitale, scappati dagli artigli di Daesh che li avrebbe volentieri catturati per usare le loro professionalità e poi gettarli in una fossa.

Si stanno sciogliendo negli hangar abbandonati delle periferie collassate della Grecia le ultime forze d'animo dei disperati.

Oggi nel centro di concentramento per siriani e iracheni in fuga dlla guerra in località Oreocastro, vicino a Salonicco, gli "ospiti" hanno scassinato un magazzino interno a gestione militare, pieno di cibo, varie merci utili e abiti. Quando la polizia greca è intervenuta non c'era niente da recuperare. I rifugiati sostengono che molta della merce sottratta al magazzino fosse in verità sottratta a loro. Secondo Mohammad a Oreocastro molti degli aiuti che arrivano rimangono in mano delle autorità militari.

Questa notte alle 2 circa Mohammad mi ha inviato questa foto allegata e questo nuovo testo nel suo inglese improbabile come il mio:

"This is my eid in greece far from my family and sadenss stuck in greece 5 month in tent sleeping dreaming to be some where is eu safe far from war and i wake up i find my self sleep in this tent oh how is hurt me this not eid is when eu governmet look for us like human bcuz we not animals".

Lamentava che i farmacisti greci non sapessero l'esatta composizione di ogni singolo medicinale in vendita dato che lui li conosce tutti. Ha fatto da infermiere e da consulente a tante persone a Idomeni e ora nel terrificante hangar di Oreocastro dove l'ultima volta che sono stato, fuori perché gli estranei non entrano, a venti metri da dove mi trovavo, mentre stavo telefonando a Popolare Network, un ragazzo si è tagliato le vene.

Ormai la sola soluzione per queste decine di migliaia di disgraziati rimasti intrappolati in Grecia, è pagare i trafficanti. Da loro punto di vista non si vede altro.

D'altra parte la gestione dei migranti rifugiati che sono milioni nel mondo è stata lasciata in mano alle mafie di tutte le aree del pianeta che stanno determinando la sorte di intere popolazioni. 

Una altro amico siriano mi ha chiesto oggi se ci sono problemi al confine tra Italia e Austria, dato che hanno raccolto i soldi per pagare uno smuggler che lo porti in Italia con sua sorella. L'altra sorella è riuscita non so come a arrivare a Monaco di Baviera e li sta aspettando e non ho capito bene come e dove alloggi.

Ci sono migliaia di minorenni a giro in Europa e ogni tanto in Grecia ne trovano uno e lo tengono in caserma per giorni prima che qualche autorità preposta se ne occupi. Poi ci sono quelli già comprati e magari rivenduti a pezzi.

Mohammad era di buon umore ancora un mese e mezzo fa ma oggi non sa che pensare e vive di sola pasta. Tutti i giorni pasta e gli Arabi odiano la pasta. A Salonicco poi si è già arrivati oltre i quaranta gradi di temperatura.

Non riesco a immaginare l'odore di un hangar con centinaia di persone ammassate con poca acqua e una doccia ogni tanto. Questa era la popolazione siriana bombardata dai MIG russi. Tutti mi hanno detto che erano aerei russi. Questi siriani avevano iniziato a sperare con quella che chiamano Rivoluzione, che iniziò 5 anni fa. Assad è un orribile fantoccio che ha massacrato il suo popolo e ovviamente piace molto allo Zar.

Ora sono stati riportati allo stato animale.

Questi disperati dato che sono arrivati in Grecia prima dell'osceno accordo con la Turchia, hanno il diritto di essere "ricollocati" in Paesi dell'Unione Europea, ma ci vorranno forse anni, vista la velocità del fantastico meccanismo di "accoglienza".

Intanto, a meno che abbia capito male, nessuno parla dei siriani ammassati al confine con la Turchia e che la Turchia non fa passare. Può darsi che mi sbagli ma dovrebbero essercene circa centocinquantamila, senza rifugio. 

Tra due fuochi, dietro Assad e i russi e davanti l'esercito turco.




Claudio Gherardini


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12 giugno 2016

I pericolosi immigrati stanno ammattendo tutti...

La coppia di siriani, che nella foto allegata mi sta servendo buonissimi piatti tradizionali della loro terra, aveva tre figli, due maschi e una figlia. Vengono dalla città siriana di Homs.

Sono rimasti in tre perché i due ragazzi sono morti per le bombe degli aerei russi mentre combattevano nelle file dell'"esercito libero" contro il dittatore macellaro Assad, notoriamente protetto da Vladimir Putin e di conseguenza anche simpatico a tanti italiani. 

Ora i tre amici, dopo aver passato tre mesi in una tendina a Idomeni sono stati deportati in un cosiddetto campo dove hanno una tenda più grande, acqua e forse anche le docce, a volte.

La madre aveva intenzione di arrivare in Germania per cercare di fare un altro figlio. La figlia superstite non ha ancora 20 anni e chissà cosa farà.

Ovviamente sono sbalorditi e scioccati da come sono stati accolti in Europa, ma la forza di vivere vince ancora anche se sono tristi e depressi. 

Non hanno ancora rinunciato a andare a nord e per questo stanno aspettando la proposta giusta di qualche trafficante per pagare e tentare la sorte. Altri che ho conosciuto sono arrivati fino al confine tra Ungheria e Slovacchia.

Come loro altre migliaia in fuga da morte e distruzione non sono rassegnati anche se la depressione si fa strada. La cosa peggiore è che i deportati non hanno nessuna idea di che fine faranno e questo presto creerà una situazione psicologicamente insostenibile per una percentuale critica delle persone coinvolte.

La beffa è che molte sanno di essere persino fortunate dato che sono ancora vive e non sono in Turchia e nemmeno ammassate al confine turco siriano come animali destinati al macello o di qua o di là.

Una generazione di siriani sta andando alla deriva e verso un trauma ulteriore, tremendo un quanto decreta al impossibilità di vedere un futuro anche minimamente decente. La fine della speranza.




Claudio Gherardini


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08 giugno 2016

La Pace non è certa in eterno... Idomeni deportata...

Io credo che i fondatori dell'Unione Europea volessero una Patria Europea al posto dell'Europa delle patrie.

Noi andiamo al contrario. Catalani e Fiamminghi, Scozzesi e Corsi, vorrebbero una loro piccola patria e giustamente il Premier Britannico Cameron ricorda che la Pace non è PER SEMPRE ma va coltivata come un eterno neonato, con estrema cura. Per Papa Francesco la terza guerra mondiale "a pezzi" è cominciata da un pezzo.

Penso anche che noi europei siamo gli unici a aver avuto 70 anni di pace e prosperità. Gli altri lo sanno, che la pace non è "per sempre" e sono meno assopiti di noi.. 

Se scoperchiamo il vaso di pandora come abbiamo fatto in Iraq e Libia, alla Siria ci ha pensato il macellaro Assad e nei Balcani Slobodan Milosevic che a Belgrado in molti chiamavano "il maiale", possiamo tranquillamente riprendere a massacrarci tra europei come abbiamo fatto per secoli e secoli. Fino a poco tempo fa. 

Oriana Fallaci pensava che esistessero radici cristiane in Europa da proteggere dall'Islam e dai suoi bambini di 4 anni o 9 mesi che arrivano, da soli, a invaderci. Se sono quelle ri/emergenti sarebbe stato meglio non averle affatto, queste radici.

Nessuno ascolta Papa Francesco se non quando parla di famiglie etero e di aborto criminale. Praticamente ci ha scomunicati tutti e manco ce ne siamo accorti. Vogliono i crocefissi nei luoghi pubblici questi miserabili millantatori.

Mentre scrivo questa nota stanno deportando altre migliaia di persone con una folla di bambini piccolissimi dalle ultime tre stazioni di servizio poco a sud di Idomeni. (Foto allegate)

Il collasso dell'Europa va perfetto per gli sciacalli e l'accellerata data dall'esodo biblico e epocale di milioni di persone in fuga da guerre e miseria e anche da tanti dittatori minori, si fa per dire, offre grandi opportunità agli avvoltoi.

Il mondo occidentale ha deciso di lasciare gestire il flusso delle vittime dei dittatori, dai macellai e dalle mafie trafficanti di uomini.

Una soluzione geniale, come chiamare il diavolo a spegnere la propria casa in fiamme.

Quelli che sopravvivono al viaggio nelle mani di menti criminali passano ai campi di concentramento LEGALI, in Grecia e in Italia, ma anche in Francia e altrove.

Ma ora l'accordo è di farli rimanere in Turchia dove i bambini siriani lavorano nelle cantine buie per pochi centesimi al giorno con grande soddisfazione di Erdogan e banda.

Un accordo che fa accapponare la pelle anche alla pila di cadaveri che sta sul fondo del canale di Sicilia.

In Grecia avevano decine di complessi industriali collassati nelle periferie delle città impoverite che sembrano arabe al colpo d'occhio, come mi dice l'amico siriano. Salonicco, Alexandria, Oreocastro, Atene, Katerini. Aeroporti dismessi come a Kavala (foto allegata) che si dice sia sotto il tacco militare più degli altri.

Quale migliore occasione per riutilizzarli. Hangar sporchi ora pieni di tende oppure ampie aree asfaltate. I disgraziati litigano tra loro per avere la propria tenda all'ombra ma non dentro l'hangar dove la puzza e il fracasso vanno avanti fino a notte fonda. Poi al mattino tutti dormono per ingannare la vita ma solo fino alle 12.

Dalle tre foto di Kavala si capisce che non ci si può avvicinare e che siamo in una zona desertica a pochi chilometri da Policastro. Si vede la distesa sterminata di tendoni sull'asfalto di un piccolo campo di volo. Militare.

I circa sessantamila che sono rimasti incastrati in Grecia sono più fortunati di quelli che arrivano sui barconi sulle coste siciliane e vengono recuperati dalla eroica (senza ironia) Marina Militare Italiana? Chi è più fortunato?

Quali reati hanno commesso per essere chiusi in campi dai quali possono uscire per fare due passi e nei quale regna ordine e disciplina ma riescono comunque a entrare i trafficanti?

Molti sono fuggiti verso Macedonia e Ungheria e Bulgaria e sono fermi ad altri confini. Hanno pagato somme ingenti e ora hanno finito i soldi. Una madre con tre figli mi ha scritto chiedendomi mille euro, disperata e bloccata al confine nord dell'Ungheria.

I guadagni del trafficanti sono incalcolabili e forse è meglio così, non calcoliamoli. Occhio non vede, cuore non duole. D'altronde in Italia abbiamo 200 miliardi alle mafie e nessuno nemmeno ne parla.

Le mafie comunque ringraziano per l'incarico assegnatigli. Portare i disperati fino alle coste e buttarli su qualcosa che galleggi per qualche ora. 

Poi se crepano chi se ne frega. Anzi ci sono centinaia di migliaia di italiani che gioiscono a ogni naufragio.

Ma non tutti muoiono, e il quesito è: cosa ne facciamo di questa gente?

Ingegneri, architetti, progettisti digitali, medici, farmacisti e una folla di persone più o meno istruite fuggite dalle bombe russe (almeno quelli che ho incontrato io) e dalla loro casa distrutta e dal rischio Daesh. I professionisti e i medici, una volta catturati sarebbero stati al servizio dei tagliagole e poi trucidati.

Ci credevano davvero di poter arrivare in Europa....loro... pensavano cioè che esistessero gli europei e l'Europa.... Per mettere questi bambini in acqua di notte con il mare agitato per andare chissà dove, dovevano sperare proprio parecchio.

A noi non interessano perché siamo indirizzati alla sterilizzazione riproduttiva e anche poi pensionistica. Brava gente che ha voglia di lavorare e pagare le tasse e le nostre pensioni creerebbe problemi anche ai più bronzei.

Sui social le soluzioni si sprecano, masse di bavosi sanguinari riaprirebbero i forni. Tutta la varietà nazista è rappresentata.

So che tanti siriani, a questo punto, sarebbero disposti persino a tornare sotto le bombe e allora mi viene in mente Zlatko Dizdarevic, giornalista di Sarajevo, che finito l'assedio disse: "Si stava meglio durante la guerra". Almeno c'era una speranza.

Quella che l'Europa intervenisse, ma invece lo fece Bill Clinton, che a Srebrenica lo scorso anno, 20 anni dopo, ci disse "Scusate il ritardo"... nell'intervento.

Prevedere è impossibile, sperare?  Mah...

Claudio Gherardini


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