domenica 29 gennaio 2017

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martedì 17 gennaio 2017

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lunedì 2 gennaio 2017

Cronache da Maputo di Roberto Galante

Maputo è la capitale del Mozambico. 

Luoghi per noi astratti e chissà se esistono davvero.

Da alcuni anni Roberto Galante e diversi altri italiani, sostenuti saltuariamente da associazioni e qualche amministrazione italiana e da poco considerati anche dalle autorità locali, stanno lavorando con la popolazione che nasce, vive e muore interamente all'interno della mostruosa discarica di rifiuti della capitale. Non credente, Roberto, va avanti testardo e i risultati sono spesso sorprendenti e bellissimi. Dopo queste poche foto trovate un paio dei suoi testi, il secondo dei quali è recentissimo. Queste foto sono frutto del lavoro del laboratorio di fotografia e pertanto sono scattate dai ragazzi del Barrio, cioè nati e vissuti nei rifiuti e nutriti dagli stessi.

Questo è il web ufficiale: http://www.amundzukukahina.org













Questo invece è il Barrio di Maputo
















01/12/15. Il Benvenuto
E alla fine ce l’abbiamo fatta, forse. Siamo di nuovo a Maputo. Fondi contati nella speranza che arrivi ciò che è stato promesso. Si stringe sempre più la cinghia. Tutto sommato è stata una scommessa sin dall’inizio.
Il viaggio è scorso veloce ed anche piacevole. La prima parte fino ad Addis nel sonno. Ero cotto e questo è un bene quando si viaggia. La seconda da Addis a Maputo ho fatto un po’ di esercizi “preparatori” come consigliato da Fabrizio, puntualizzato il programma di quest’anno, quindi mi son  visto un paio di film africani. Una delle nostre aspirazioni è scrivere delle sceneggiature sulla base dei racconti raccolti.
Arrivo a Maputo, stranamente con un’ora di anticipo rispetto all’orario previsto. Prima domanda: ci sarà Fred o non ci sarà Fred ad aspettarmi come convenuto? Prospettiva: un’ora di attesa con una mole di bagagli impressionante, rincoglionito dal viaggio e dalla cappa di calura estiva e sicuramente assediato da uno sciame di personaggi senza remore o pietà, tra i più disparati e folkloristici che immancabilmente si offriranno o proporranno di fare le cose più disparate nella speranza di spillarti qualcosa. Nel tipico stile mozambicano, dolci, sinuosi, martellanti fino allo sfinimento. Quello tuo chiaramente.
A questo giro non c’è stato percorso alcuno di inserimento alle prassi locali. Tutto è avvenuto di botto. 35 gradi di temperatura e due ceffoni uno dietro l’altro come  rito di bentornato, giusto per far capire dove sei arrivato. Meglio così, ci leviamo il dente nella speranza di aver già dato alle usanze locali.  
Sceso dall’aereo sono stato bloccato, insieme ad altri passeggeri, dalle sorveglianti sanitarie con tanto di pettorina ufficiale e dai modi cortesi. Ebola era la priorità fino all’anno passato, quando con strumenti elettronici, una sorta di pistola che ti puntavano contro, tutti impettoriti da cotanto tuffo nel futuro e con movimenti insicuri, misuravano a tutti i passeggeri la febbre. Forse sarà passata di moda o le attrezzature elettroniche hanno dato forfait o si saranno stragate, rotte. Di certo a parte i manifesti sempre presenti ed allarmanti, niente più ebola ma quando ho mostrato il passaporto mi hanno gentilmente chiesto il certificato di vaccinazione per la febbre gialla.   Altrettanto gentilmente ho fatto notare che per il mozambico non è prevista la vaccinazione. Ma tu sei passato da Addis Ababa e per l’Etiopia necessita la vaccinazione la replica. A nulla sono valse le mie rimostranze: 
ho solo scambiato l’aereo senza uscire dall’aeroporto.
Per la città di Addis, a differenza di altri territori Etiopi non necessita il suddetto vaccino
Sono diverse volte che faccio lo stesso percorso e mai è stato richiesto il vaccino
Il consolato mozambicano a Roma sapeva del mio percorso aereo e che non avevo alcuna vaccinazione e non hanno avuto niente da obbiettare.
Di fatto una delle gentili ispettrici sanitarie, ce n’era uno sciame, mi ha sequestrato il passaporto e lo ha portato in un ufficio. Dopo un po’ è uscita e mi ha detto: aspetta. Attesa in coda. Non ero l’unico, mal comune mezzo gaudio. Magra soddisfazione. Pensieri. Come andrà a finire? Non è che per un qualche sussulto igienista o una qualche campagna ad uso e consumo di finanziatori sanitari mi vogliono tenere in quarantena come successo a qualcuno? Cosa posso fare senza telefono o altri mezzi di comunicazione? 
Ben presto queste preoccupazioni immateriali proiettate in un ipotetico seppur prossimo futuro hanno lasciato posto ad altre un po’ più materiali e pressanti. Stanno arrivando i bagagli. Li vedo lì in lontananza nel fondo della sala, oltre le barriere della polizia di frontiera. Un mucchio di gente ci si è già tuffata sopra. Non è che a qualcuno tra i tanti funzionari, poliziotti, doganieri, semplici impiegati, i numerosi infiltrati nella cosiddetta area protetta che cercano di accalappiare stranieri in sbarco o offrire loro improbabili servigi, viene la malaugurata idea di appropriarsi di bagaglio presupposto orfano, comunque senza protezione alcuna e non repentinamente ritirato?
Un occhio alla porta dell’ufficio in attesa di sentenza, un altro ai bagagli. Così con altrettanto equamine maniera divido le mie preoccupazioni. Oltretutto mi sembra di intravedere scivolare sul nastro proprio i miei bagagli, quelli incellofanati di verde nell’aeroporto di partenza.  
Il nastro continua a girare, ad uno ad uno chi mi precede viene ricevuto nell’ufficio. I bagagli continuano il loro percorso ripetitivo, per larghi tratti spariscono dalla mia vista, fortunatamente riappaiono. la massa di passeggeri a man mano che recuperano il loro bagaglio di dirada, non la massa umana di contorno di cui sopra. 
Arriva finalmente il mio turno. Mi fanno entrare in ufficio. Un gentilissimo impiegato chiede cosa vengo a fare in Mozambico. Sorride commosso e compartecipe, sottolinea che sono nobili scopi e che ho tutta la sua solidarietà, un toccante accenno alla cooperazione tra i popoli e che siamo tutti figli di Dio, quindi tutti fratelli.  Con altrettanta gentilezza mi spiega che venendo da Addis ho bisogno della fantomatica vaccinazione. Alle mie garbate rimostranze altrettanto garbatamente replica che se qualcuno ha sbagliato nel passato, non per questo bisogna perseverare nell’errore. Che il consolato al momento del rilascio del visto probabilmente non sapeva della recrudescenza della malattia anche in quel di Addis, per cui i controlli sono divenuti più severi. 
Cerco di replicare, le mie suppliche non trovano sponda. Comprensione sì per il caso umano accompagnato da sì nobili proponimenti, ma assoluta fermezza sanitaria poiché con le epidemie non si può scherzare. Sono stanco, il pensiero dei bagagli continua a tormentare come una verruca i miei anfratti cerebrali. In un momento di vuoto assoluto, perso nel sudore e negli odori che si incrociano nella stanza,  mi riscopro senza argomenti e voglia di continuare ad argomentare. Mi rivedo in quarantena, senza bagagli, senza allievi e senza comunicazioni con l’esterno. 
Compartecipe al piccolo dramma che mi sto vivendo, il funzionario mi viene in soccorso.  per ovviare a tali situazioni, hanno predisposto un servizio vaccinazione proprio lì all’aeroporto. Mi rimane un po’ difficile da capire cosa me ne potrei fare del  vaccino se ho già contratto la malattia. Ma se questa è la via di uscita, sono disposto a farmi vaccinare. Ma in tempi rapidi sottolineo. Saremo rapidissimi, non si preoccupi. Si illumina il funzionario. Ed oltretutto, mi fa osservare che la vaccinazione è valida per il resto della mia vita. Fatta una volta in futuro non avrò più problemi di questo tipo.
Incomincia a compilare il libretto sanitario delle vaccinazioni quindi mi passa un foglio con il tariffario della vaccinazione. posso pagare in Meticais, in Rand, in dollari, in euro etc… al pagamento come consuetudine non si frappongono ostacoli di sorta. Scelgo il pagamento in euro. 40 euro non previsti nel piano spesa. 
Mi chiede, per procedere, la somma stabilita dal tariffario. Ottenuta la somma mi fa firmare il libretto. Rimango in attesa. Timbra il libretto, lo inserisce nel passaporto, me li consegna e mi dice tutto a posto puoi andare.    
Non posso più contrattare sul prezzo, i soldi li ho già consegnati, probabilmente ho firmato che sono stato sottoposto a vaccinazione, insomma il cerchio è chiuso alla faccia delle politiche di debellamento delle malattie. Di certo se si affronta ebola, SIDA etc… alla stessa maniera…. 
Ma non ho tempo per pensarci troppo. I bagagli!!!!!! Sono ancora lì? Mi fiondo fuori dall’ufficio. Sono rimasti pochi viaggiatori che stanno raccattando i loro bagagli. Intravedo i miei bagagli ma anche un nugolo di personaggi che sembrano particolarmente interessati alla sorte dei miei bagagli. Ho da superare la barriera dell’ufficio immigrazione. Consegno il passaporto ad una grassa poliziotta dai movimenti rallentati e dai circuiti mentali, lo scoprirò da lì a poco, ancor più rallentati se possibile. Le ho consegnato il passaporto aperto sulla pagina del visto. Osserva con fare scientifico il visto, quindi con pacata lentezza sfolgia tutte le pagine del passaporto, nessuna esclusa. Ad ogni pagina una profonda riflessione, anche su quelle in bianco.  E il tempo passa e il nastro dei bagagli si è fermato. Sono rimaste solo le mie due valigie. Alla fine la poliziotta sentenzia, devi fare il visto. Contemporaneamente osservo due figuri dal fare traffichino che stanno caricando le mie due valigie su di un carrello e si guardano intorno. Non posso oltrepassare la barriera senza passaporto timbrato. Cerco di affrettare le operazioni cercando di spiegare l’urgenza che la situazione bagagli impone. La poliziotta non sembra capire la situazione. Le indico disperatamente i figuri con i miei bagagli già caricati. Imperturbabile, non accenna nessuna reazione. Forse solo troppa fatica a mettere in moto i circuiti cerebrali in quel caldo afoso, forse semplice consuetudine di vita e di lavoro.  
Rapidamente le ritrovo il visto, gli indico la data di emissione. Mi guarda perplessa e poco convinta anche se il visto è nella loro lingua e non nella mia. Continua a riflettere sulla pagina del visto. Lo rigira sui quattro lati, forse per trovare uno scorcio più convincente. Il carrello con i miei bagagli sembra muoversi con circospezione. Prendo una decisione, al diavolo il rispetto delle prassi e delle regole, forzo il blocco, tanto sono tutti beatamente a chiacchiera, e mi introduco in territorio mozambicano senza passaporto. La poliziotta mi grida con voce stanca e lenta qualcosa dietro, interrompendo la placida chiacchierata dei suoi colleghi. Ma è solo un attimo, riprendono la loro placida conversazione, forse troppo sforzo seguire e soprattutto reagire a quel che sta succedendo. Mi fiondo con il mio bagaglio a mano di circa 25 KG, sui conducenti del carrello che se la prendono a male. Hanno da ridire, in fin dei conti mi volevano solo aiutare per prendere una mancia. Non ho la fantasia per introdurmi in un altro delirio. Gli prendo il carrello dalle loro mani, gli dico che non sono autorizzati a toccare il mio bagaglio e ritorno dalla poliziotta che forse scossa da così impetuosi accadimenti ha finalmente timbrato il passaporto. 
A questo giro per la prima volta, sarà perché forse ho già dato, non mi fermano alla dogana. Mi sento stupido. A questo giro non ho portato il mio parmigiano ed altri ammennicoli alimentari per evitare la trafila e l’estenuante battaglia contro l’importazione clandestina di beni alimentari (carni formaggi e vari) che possono introdurre malattie secondo l’editto ministeriale ma anche internazionale etc….
Fred non è lì ad aspettarmi. Ma questo me l’aspettavo.
Arrivo finalmente a casa, quella che vorrebbe essere la mia casa nei prossimi tre mesi. La casa è bella grande, luminosa, ariosa, magari le rifiniture lasciano un po’ a desiderare, ma questa non è una novità. L’unico problema è che non c’è assolutamente niente dentro. Non ci sono letti, con c’è cucina frigorifero, tavoli, piatti, pentole, comodini. Una grande casa che rimbomba nel vuoto assoluto.
Fred mi ha garantito che c’è tutto, c’è solo da portare la roba in casa. Entro due giorni è tutto fatto, ma stasera arriva il letto….. 
Non so, Sono le nove, scrivo in una casa assolutamente vuota,  non ho acqua da bere, carta igienica, asciugamani, qualcosa da mangiare, posate, carta telefonica etc... solo una specie di tavolo un po’ inclinato e N3 sedie.  Il tutto ha certamente il suo fascino, specialmente per una persona come me abituata ad ammassi di roba e mobili. Magari non una funzionalità pratica. Aspettiamo possibili evoluzioni nel prossimo futuro e che torni Fred con le scatole “casa/ufficio” che ho lasciato dalle suore. Nel frattempo ho chiamato Gregorio per cercare di elaborare possibili piani B.
Benvenuti in Mozambico. 
ROb


Cari amici,
alcuni giorni fa, per introdurre gli allievi ultimi arrivati ai concetti di tempo di posa e quello di apertura del diaframma nella fotografia, ho usato una metafora. Ho posto loro il seguente quesito “Da un rubinetto esce 1 litro di acqua al secondo, devo riempire una bottiglia di 6 litri. Quanti secondi sono necessari?” 
Nessuno degli allievi ha saputo rispondere al primo quesito. Non quelli che frequentano la ottava o la nona classe (corrispondenti alla 1° e 2° superiori da noi) ma neanche chi ha preso la decima secunda, la dodicesima classe e che corrisponde al diploma delle superiori. Un po’ meglio, chi, magari analfabeta ha l’abitudine quotidiana a trafficare, magari nella lixeira. 
Il giorno successivo dopo un lungo percorso siamo arrivati alla constatazione che con il diaframma molto aperto necessita un tempo di posa breve. Assodato ed introiettato ciò, ho posto la domanda all’incontrario, e cioè: “con un tempo di posa breve come dev’essere il diaframma?”  Panico totale. Nessuna risposta o risposte fuori luogo. Ma alla domanda che ho posto a Virgilio: “se tu mangi molto, la tua pancia com’è?” Risposta immediata. Piena. Ho posto la stessa domanda all’incontrario: “se la tua pancia è piena, come hai mangiato?”  Anche in questo caso la risposta è stata immediata, molto.  
A seguire un piccolo aneddoto raccontato da un amico italiano che da anni ha messo su una piccola azienda di servizi informatici ed assume per principio solo personale locale. Buona parte del tempo viene assorbita nella formazione base del personale selezionato, per lo più diplomato o laureato, talvolta persone  semplicemente di buona volontà senza particolare formazione scolastica. Di solito pone il seguente quesito “un’ automobile va alla velocità media di 100 Km orari, deve percorrere una distanza di 100 Km. Quanto tempo impiega?”
Le risposte raccolte, a prescindere dal livello di formazione scolastica, sono tra le più gustose. Qualcuno gli risponde “ non si può dire perché dipende dal tipo di macchina”, qualcun altro “è difficile saperlo perché dipende se la strada è messa bene o è malridotta”. Quindi passiamo al “ non si può rispondere perché dipende da quante volte  l’autista si ferma per fare la sosta” e così via. Talvolta sono semplici espedienti o furberie per aggirare una incapacità, altre deduzioni  meditate e sincere, qualcuno chiaramente da anche la risposta corretta secondo gli assunti della fisica. 
Al di là del piacere del confronto umano e di come ti possano spiazzare alcune risposte che nel fondo hanno un loro senso, con questi aneddoti vorrei sottolineare le  difficoltà di un sistema formativo e scolastico probabilmente non altezza delle sfide quotidiane e ancor più di quelle proiettate nel futuro, ma anche le difficoltà che i ragazzi incontrano, poiché non attrezzati in quella direzione dalle consuetudini quotidiane,  nell’affrontare il pensiero astratto o la concatenazione logica,  la capacità di sintesi e deduzione, basi del pensiero razionale, della matematica, ma anche della filosofia e di pianificare un’azione pratica proiettata nel futuro. Così come, una consapevolezza del sé e della conoscenza in generale.
Virgilio alla domanda che deriva da un’esperienza molto concreta e quotidiana sulla pancia ha risposto esattamente e coniugando senza esitazione  anche il suo opposto.  Nel momento in cui lo stesso procedimento si è spostato su di un campo più astratto, è andato in confusione così come i suoi compagni.
Possiamo e dobbiamo rispettare ed accettare altre modalità di affrontare il quotidiano ed altri paradigmi su cui basare un possibile sviluppo. Mi rimane comunque difficile immaginare su queste basi un possibile sviluppo economico e sociale del paese. Rimane difficile pensare che questi ragazzi, che ci piaccia o no, si dovranno confrontare nella competizione economica, culturale, sociale e di vita con coetanei cinesi, indiani, brasiliani, coreani, indonesiani, europei, sudafricani, americani etc…. che, se vorranno essere indipendenti, dovranno far produrre alle loro fertili terre il cibo necessario per sfamare il proprio popolo, far funzionare ospedali, sistemi sociali e produttivi complessi che influenzano la vita o troppo spesso la sopravvivenza di circa 18 milioni di esseri umani… i livelli di formazione universitaria  sono di conseguenza, così come la qualità dei lavori e dei servizi.   
Il paradosso non è tanto il fatto di non saper rispondere ad alcuni quesiti logici molto semplici, quanto il fatto che chi con una certa difficoltà riesce a risolvere i quesiti su illustrati, troppo spesso, si sente arrivato, si sente di conoscere tutto lo scibile matematico e la scienza. Insomma si sente, non migliore ma superiore e di conseguenza arrivato. Chi ha una laurea, talvolta comprata, si sente arrivato a prescindere dalle sue reali capacità. Una posizione che non ci porta a migliorarci, che non ci porta a quella curiosità, accompagnata dall’umiltà della consapevolezza dei propri limiti che secondo me sono alla base del progresso. Di qualsiasi forma di progresso. 
Qualche anno fa ero a colloquio con uno studente del corso di lingua italiana a Maputo. Un corso base para universitario. In collaborazione con l’insegnante italiana, preferivamo far lavorare come interpreti alcuni studenti del corso.  In tal modo potevano far pratica quotidiana della lingua parlata, approfondire le proprie conoscenze e mettersi un po’ di soldi da parte come borsa di studio. Lo studente in questione era senza dubbio simpatico e sveglio. Il solo piccolo problema è che avevamo difficoltà a capirci in italiano, parlavamo di cose semplici in forma altrettanto semplice, per farmi capire mi aiutavo con il mio strampalato portoghese.  Ad un certo punto dopo avergli spiegato con fatica e pazienza la situazione del laboratorio, i compiti etc… gli chiesi che contributo chiedeva per aiutarci nelle traduzioni dal portoghese e dallo shangan. Mi sparò, dato che eravamo noi  e si trattava di un’azione benefica, 1500 Euro al mese più le spese. Gli feci notare che un professore laureato con esperienza, guadagnava 300 euro al mese ed un chirurgo dell’ospedale non arrivava a quella cifra. 
Mi rispose candidamente che un interprete all’ONU guadagna anche 500 US dollar all’ora. Per cui lui mi stava chiedendo una miseria. Gli chiesi se avesse una lontana idea di quello che era il lavoro di un’interprete e quali capacità si chiedono ad un interprete. Poi, dato che le cose stavano prendendo una piega troppo lunga, gli feci semplicemente notare che in quel preciso momento  lui aveva enormi difficoltà a comprendere ciò che io gli stavo dicendo in una lingua italiana estremamente semplificata, che stavo scandendo lentamente le parole e non stavamo parlando né di filosofia tanto meno di medicina o ingegneristica. Che personalmente non avevo bisogno di un qualcuno munito di un pezzo di carta, ma di qualcuno laureato o no che comprendesse un minimo di lingua italiana e che la sapesse un minimo parlare,  punto. Lo abbiamo comunque preso come collaboratore, e i nostri allievi, figli della discarica, lo correggevano ogni qualvolta non traduceva le mie parole in modo corretto e viceversa.    
Un giorno, parlavamo di metodiche di insegnamento e dell’importanza della scuola per un paese,  un maestro mi confessò con ingenua sincerità che lui ai suoi alunni  insegnava solo una piccola parte del suo sapere, altrimenti rischiava che nel futuro i suoi alunni di oggi gli potessero far concorrenza. Il problema era, per me, quanto quel maestro non avesse coscienza del suo ruolo sociale ma anche della non consapevolezza dei notevoli limiti del suo sapere e delle modalità antiquate e poco efficaci nei suoi metodi di insegnamento. Gli chiesi, nell’occasione, se non sentisse il bisogno di aggiornarsi, di confrontarsi con altre realtà e metodologie poiché il mondo è in continua evoluzione. Mi guardò quasi sdegnato dicendomi qualcosa tipo “guarda che io sono laureato”.  Talvolta la risposta in questa direzione è la seguente “per quello che mi paga lo stato, dovrei anche perdere tempo ad aggiornarmi?”. Chiaramente stiamo generalizzando e ci sono anche fulgidi esempi di dedizione, passione e consapevolezza.  
La conseguenza di questo quadro disarmante è che nel paese, chiaramente ogni generalizzazione è limitata e limitante di suo,  non ci sono imprese di un certo livello gestite da neri,  chi vuole lavori fatti in una certa maniera non si affida ai neri, il commercio di un certo livello è in mano a persone di origine araba o indiana, la gente preferisce non farsi operare da medici locali che oltre ad incapacità professionale mostrano un notevole tasso di arroganza ed il più delle volte ti operano senza spiegarti di cosa ti stanno operando e perchè. I neri occupano i livelli decisionali della politica e quelli della burocrazia, la più semplice fonte di arricchimento. Le ricchezze e le potenzialità del paese, dai terreni agricoli alle foreste fino alle risorse minerarie si stanno svendendo ad altri paesi che li gestiranno portandosi con se mano d’opera specializzata e lasciando alle maestranze locali i lavori più umili. Per il beneficio immediato di pochi e ponendo una serie ipoteca su un futuro sviluppo delle potenzialità locali. 
Padre Prosperino Gallipoli, un grande, riuscì a creare animato da amore per il popolo degli umili e partendo da niente, l’UGS, l’unione delle cooperative, nel significato più alto che questo concetto può assumere e non quello che la pratica odierna in Italia ha squalificato. L’UGS a suo tempo dette lavoro dignitoso e speranza di vita a migliaia di diseredati, in un circuito virtuoso che vedeva la formazione, l’istruzione, l’assistenza sanitaria etc… Alla sua morte, i dirigenti della cooperativa come primo atto si sono dati degli stipendi da favola. A poco a poco hanno venduto a proprio profitto le proprietà della cooperativa togliendo ai lavoratori tutti i benefit sociali, ragione per cui la cooperativa aveva preso vita. Ad oggi tutto è stato venduto e distrutto a beneficio di pochi, non esiste praticamente niente, se non un ricordo fulgido e l’amarezza di un’occasione perduta.  
Un sindacalista delle ACLI, raccontava P. Jorge, in collaborazione con i sindacati locali, alcuni anni fa ha messo in piedi officine di lavoro e di formazione professionale. L’anno scorso è tornato in loco, ha pianto per l’amarezza. I responsabili locali, sindacalisti essi stessi, avevano venduto il tutto a proprio beneficio.
Per me il problema alla base, le problematiche da affrontare sono innanzitutto, culturali e di formazione umana, di consapevolezza del se e del se inserito in un contesto sociale, della consapevolezza di ciò che vuol dire conoscenza e conoscenza dei meccanismi che regolano il mondo, ma anche e sopra tutto di responsabilità individuale, umana e sociale.  È facile e gratificante distribuire cibo e medicinali, molto più complesso e talvolta meno gratificante formare professionalmente ma soprattutto umanamente. 
Non so se con queste constatazioni posso essere considerato razzista, come qualche cuore romantico ha adombrato, magari rifugiandosi dietro il luogo comune “ma guarda che begli oggettini sanno costruire?” Penso che un popolo non possa essere condannato a far collanine o borse di paglia per il piacere di qualche anima postromantica, ma penso sopra tutto che se non abbiamo il coraggio di guardare i con franchezza spietata i problemi reali, sarà poi difficile trovare soluzioni. Se vogliamo osservare la realtà solo attraverso i filtri della nostra ideologia e delle nostre proiezioni ideologiche, sarà poi difficile avere un quadro reale della situazione da affrontare e di conseguenza trovare risposte opportune. 
Penso abbisognerebbe una profonda riflessione sulle metodiche utilizzate per intervenire nei cosiddetti paesi in via di sviluppo e nelle aree del disagio, a partire dalla cooperazione ministeriale fino alle ONG e a tutti i soggetti coinvolti, religiosi e laici che siano. Metodiche  e modalità, troppo spesso autorefenziali o di pura propaganda, che stanno mostrando la corda o che sono state di fatto fallimentari o nel peggiore dei casi hanno formato mentalità distorte o talvolta, come osservato da alcuni sociologi ed economisti africani, inibito possibilità di sviluppo. Di fatto ad oggi non esiste uno studio serio sui risultati negli anni degli investimenti effettuati, dei risultati ottenuti rispetto ai costi. L’unico paradigma sembra essere la capacità di spesa e la melensa propaganda. 
Purtroppo sembra manchi il coraggio di mettersi in discussione in prima persona, rinunciare magari a rendite di posizione acquisite, ed affrontare seriamente il problema.  
Un abbraccio a tutti

ROb