domenica 2 marzo 2008

Una analisi sulla situazione odierna da Alessandro Damiani

Alessandro Damiani è uno dei più illustri intellettuali italiani d'Istria. "Alessando Damiani (1928), allontanatosi da Sant'Andrea Ionio in Calabria, si stabilito a Fiume e ha cominciato con il dramma Ipotesi, incluso nel primo volume dell'antologia "Istria Nobilissima" e destinato piuttosto alla lettura che alla rappresentazione, una fortunata e prestigiosa carriera letteraria, affermandosi come poeta, narratore, autore drammatico, saggista e giornalista." (http://www.unipoptrieste.it/storia/Istra_Nobilissima_e_Biblioteca_istriana.php)

Riflessioni sulla crisi contemporanea
di Alessandro Damiani

* LA CIVILTÀ AL BIVIO
* IL CRISTIANESIMO AL TRAMONTO?
* LA ROTTA DELLA SALVEZZA

Saggio dedicato a Ernesto Balducci

LA CIVILTÀ AL BIVIO

Il periodo storico che stiamo attraversando è da ritenere una fase di transizione: situazione tutt’altro che nuova nelle vicende umane, ma che di volta in volta assume caratteristiche specifiche tali da renderla diversa dalle altre forme di transitorietà. Nel nostro caso ciò che risulta peculiare non è tanto il senso diffuso di precarietà, quanto le reazioni che lo circondano che vanno dall’angoscia a una sorta di folle spensieratezza in uno scenario temporale privo di orizzonti su entrambi i versanti: il passato, volutamente obliterato, e il futuro, privo di prospettive. Siamo immersi nella nebbia più fitta che ci costringe all’inerzia, cui tentiamo di sottrarci con fughe mentali nelle direzioni più contradittorie e indegne dell’alta responsabilità dell’agire umano, inderogabile nelle situazioni peggiori. C’è da chiedersi se meritiamo tale sorte. Quesito da rimeditare a conclusione di questo discorso, il cui iter è fin troppo complesso e grave. Non resta che affrontarlo.

La situazione viene vissuta in due modi distinti: come accorta consapevolezza d’una crisi ormai spinta al limite di rottura o come sentimento diffuso di confusione: autentica foschia intellettiva e quindi incontrollabile disagio emotivo. Restano immuni a questo malessere, quanti con semplicità – e sono in molti – o con ferrea convinzione sono ancorati a certezze rocciose. Prevalgono alcune enunciazioni che ci servono in guisa di viatico in questo percorso intricatissimo di malanni e di problemi: globalismo, valori, crisi epocale, fine delle ideologie. Non si tratta di parole in libertà, bensì di concetti tanto più usati e abusati quanto meno compresi sia da quanti li pronunciano che da chi li traduce in formule normative per il vivere quotidiano. Su questo aspetto molto indicativo della situazione contemporanea occorre un chiarimento preliminare. Nella prima metà del secolo scorso la corrente di pensiero più importante del Novecento ha affrontato con un’efficacia esaustiva la tematica del linguaggio. Purtroppo quella lezione non è servita granchè alla cultura successiva – con una sola eccezione – e ora i confusionari di turno la ignorano del tutto. Questo stato di cose ha un precedente storico con spiegazione disciplinarmente corretta. Il mito della Torre di Babele è il sintomo inequivocabile del morbo che ha colpito la cultura contemporanea, l’afasia, mentre dilaga l’informazione computerizzata, e i messaggi diffusi dalla rete si trasformano in una ragnatela di equivoci. Il codice linguistico risulta snaturato dall’incongruenza tra l’enunciazione e la ricezione dei dati semantici. Per esempio, il termine valori che significato ha? La triade di valori costituita dall’enunciato «Dio patria famiglia» era comprensibile perché condiviso fino a poco tempo fa. Oggi non più, e un discorso su queste tematiche è come pestare l’acqua nel mortaio. Di quale Dio e di quale famiglia è possibile dissertare? E non nominiamo neppure la patria, sostituita dal gretto richiamo all’esclusività etnica in netta contrapposizione all’avanzata, fausta e infausta, del globalismo. Resta da dire che la differenza tra le due situazioni è nella conclusione. I costruttori della Torre si separarono per gruppi linguistici dando inizio alla molteplicità delle stirpi; invece per l’incomunicabilità contemporanea non c’è via di fuga. Occorre quindi rivedere le cause di questa frattura. La direzione giusta è nell’esame del patrimonio ricevuto in eredità fruendone dei vantaggi, ma anche accollandoci gli oneri deficitari. L’esame concerne l’analisi della situazione sociale del secolo scorso, cumulativa di un processo millenario. Essa non può limitarsi alla categoria economica che è solo una componente dello sviluppo complessivo, ma deve mirare alla specificità dell’azione umana, che è appunto la dimensione culturale, dacché la nostra specie ha acquisito la consapevolezza del processo di autonomia dalla natura. È questa la peculiarità del nostro percorso evolutivo, plurimillenario e in graduale accelerazione fino alla svolta che chiamiamo storia. Da quel punto siamo e ci riconosciamo i soli responsabili del nostro destino. Sappiamo anche com’è proceduta questa nostra avventura, perciò è superfluo sintetizzarla. Il riesame può limitarsi al passato recente, il Novecento. Non scopriremo chissà quali segreti, ma potremo pervenire a un migliore riassetto delle nostre acquisizioni. Senza vanità e senza inutili pignolerie è questo il mio proposito.

Il secolo scorso ha già avuto diverse denominazioni e la più «fortunata» sembra essere quella che lo definisce breve. Breve il Novecento? Io direi nè breve né lungo, ma lungo e breve a seconda delle vicende che si è procacciato. Una rapida scorsa. Premesso che la durata del tempo non è univoca, ma riflette la qualità del suo percorso, per cui i giorni lieti volano, mentre gli attimi penosi hanno una dilatazione incalcolabile; anche per diretta esperienza noi abbiamo vissuto momenti felici e anni orribili. E con noi ovviamente quanti affondano le proprie origini in quel secolo tormentato e balordo, sanguinario e generoso, insomma – con parole più semplici – bello e brutto. Anni di spensierata gaiezza al crepuscolo della belle époque e ai ritmi frenetici del charleston, anni di sofferenza e orrore durante le due guerre mondiali, anni d’incubo per una catastrofe nucleare nella lunga contrapposizione tra i due blocchi politico-ideologici, che però non impedí l’esplosione di conflitti altrettanto atroci. E al tempo stesso il fiorire d’una fervida cultura letteraria e artistica, filosofica e scientifica, scandita con qualche lacuna dalla segnalazione del Premio Nobel. Importanti furono due correnti di pensiero: negli anni Venti l’empirismo logico con le sue molteplici irradiazioni del Circolo di Vienna e dell’Ateneo di Cambridge; e nel decennio peggiore che la storia ricordi l’Esistenzialismo, esaltato dalla scelta “gratuita” dell’impegno sartriano, non svilito dalla miseria di Heidegger monco della fierezza della dignità umana. Decisioni contrapposte sullo sfondo desolato del nulla universale. Infine l’intero scenario precipita nel duplice fallimento del secolo che chiude il millennio. Crolla nella miseria della sua realizzazione l’utopia socialista. Esulta il regime storicamente contrapposto con la prosopopea di chi non avverte i segnali della sua stessa catastrofe: il liberalismo che tracima nel liberismo, il quale scaraventa la società nella condizione preumana della giungla.

Siamo alla crisi in atto, che coinvolge tutto e tutti. Gli errori, reiterati nei secoli, e problemi ingigantiti dall’incapacità di affrontarli impongono al nuovo millennio la resa dei conti, senza accordare né attenuanti nè rinvii. Quali sono codesti nodi dell’intricata vicenda umana che non sono stati mai sciolti? L’elenco è lungo, con l’aggiunta di una iattura nuova, o piuttosto riemersa in forme nuove, con una violenza imprevista. I nodi principali, anzi cruciali, sono tre: il caos economico, la devastazione ecologica, l’esplosione demografica. E l’aggravio, in funzione deviatrice ma con effetti devastanti, è la nuova tattica di guerra di tutti contro tutti a livello planetario. L’attuale classe dirigente, cresciuta e viziata nel praticantato del secolo scorso, è assolutamente incapace di misurarsi con una situazione di rischio senza precedenti confrontabili. Anzi non è in grado di intenderlo: premessa, questa, indispensabile per decidere il da farsi. Quindi che si fa? Esattamente ciò che sta accadendo. Come l’idiota scespiriano che racconta una favola, noi ci stiamo narrando la storia assurda del nostro tempo. Sarà motivo di compassione o dileggio per i posteri, se non gli ostruiremo i rischiosi e struggenti sentieri della vita. Per adesso c’è molta confusione nella dimora degli uomini che avvantaggia soltanto i loro difetti peggiori: impotenza e ignavia. Indugiano in un’insolente e fastidiosa logorrea su ideuzze prive di senso. Per esempio sulla «morte delle ideologie». Supposto che ciò sia vero, sono ancora insepolte e ammorbano con il loro fetore il clima già malsano. D’altronde di quali ideologie si tratta? Di quelle che hanno partorito regimi, fascinosi nella culla, ma deformati dalla prassi, ed, essi sì, decaduti o in via di estinzione. Uno di questi si sta trasformando sotto i nostri occhi in un mostro sociologico: il comunismo capitalista. Comunque, prima di proseguire con rigore su tale argomento, facciamo chiarezza.

L’Ideologia è la creazione più complessa e importante della storia, frutto della nascita e dell’azione dell’uomo, però intesa sotto due aspetti distinti. Nella forma storicamente disciplinata l’Ideologia ha una certificazione sicura. Padre è il “divino” Platone, madre la cultura ellenica giunta a maturità, con un’ulteriore attribuzione ai presocratici «amanti della sapienza» tra i quali i più illustri sono Eraclito e Parmenide. Tra le due indicazioni non c’è errore, in quanto spetta al filosofo dell’Idealismo l’architettura sistematica del pensiero su linee maestre che risulteranno immutabili nei secoli futuri. Ma è proprio necessario che ci si richiami a questi dati elementari dell’umano sapere? E proseguire ricordando che di questo strumento si è avvalso, nell’elaborazione della propria dottrina, il Cristianesimo dalla Patristica fino ad Agostino? Alla continuità di questo percorso religioso-culturale, rimasta invariata nei secoli burrascosi dell’alto Medio Evo, si aggiunge con Tommaso D’Aquino il recupero della metodica aristotelica che, succeduta e contrapposta fin dalle sue origini al sistema platonico, accompagna il contrasto tra idealismo ed empirismo anche quando la filosofia transita dalla sfera religiosa all’autonomia laica della «scienza nuova»: processo di affrancamento generale, sfociato con la modernità nell’antitesi tra fede e scienza. Questa tipologia ideologica non si è affatto esaurita, ma si è aperta a molteplici e rigogliosi percorsi che coprono vasti campi di ricerca.

L’altro aspetto dell’Ideologia ha avuto e mantiene un significato più ampio. Non solo. Gli compete la primogenitura, essendo venuto alla luce con la nascita della coscienza nel processo evolutivo dell’homo sapiens. Anzi, ne costituisce l’essenza stessa. L’uomo si stacca dalla servitù selvaggia nell’atto di scoprire la consapevolezza di sé e volge lo sguardo alla realtà circostante «con animo perturbato e commosso»: l’Ideologia quindi come visione del mondo. Ogni individuo provvede alla composizione di una struttura speculare che gli consente di farsi un’idea sul contesto e sulla propria collocazione in esso. Questo processo però è di lunga lena e avanza per tappe. Ma nella fase albale del passaggio definitivo dallo stato belluino al livello umano la mutazione antropologica è un evento collettivo, generato da una sensazione comune di appartenenza all’oggettività del reale senza alcuna distinzione da ciò che in seguito verrà definito sacro o profano. Si tratta di una fase intellettiva ed emotiva in cui prevale un diffuso atteggiamento di stupore: condizione ideale al sorgere delle prime, semplici ma non elementari, domande. Si evince da ciò che l’ideologia abbia in origine un’impostazione metafisica.

La nascita della religione nel primo ambiente tribale si esplica sotto forma di animismo; in seguito si svilupperà in una rigogliosa fioritura di miti e leggende, che troveranno una solida elaborazione dottrinaria di ogni fede.

Sintetizziamo: animismo, mitologia, teologia con ciascuna di queste fasi incastonata in un preciso contesto storico-culturale che consente, spiega e legittima l’evento: il più elevato nella capacità creatrice dell’uomo.

Su queste basi è incontestabile l’assunto che «non ci sono religioni false». Questa proposizione collide con la prassi storica di ogni singola fede, la quale rivendica a s é il possesso esclusivo della verità. Ma Ernesto Balducci esaminando le tortuosità dei diversi percorsi storici risale alla fonte dell’istanza religiosa in cui si placa la sete di Assoluto. Tutto il resto è materia di indagine storiografica e di capacità interpretativa. A mio avviso quest’ultima è la via obbligata per cogliere la situazione di crisi e cercare di uscire dal labirinto. D’altronde lo stato confusionale e il velleitarismo di propositi disattesi o male avviati evidenziano la natura e la gravità della crisi generale. Non si è più in grado di penetrare nel corpo malato della civiltà contemporanea. Sussistono senza dubbio i fattori determinati dal dissesto economico messi in luce con rigore speculativo dal marxismo; ma la specificità della crisi è di natura culturale. E questa patologia ne ostacola l’esatta diagnostica. Malessere inguaribile perché ancora sconosciuto; peggio, misconosciuto. Infatti le componenti letali sono state già scoperte da uno stuolo di ricercatori di gran pregio. Paradossalmente si prosegue nel trascurarli considerandoli ininfluenti. Invece il punto focale della morbilità presente risiede nella problematica ideologica. Sottovalutarla da parte di chi è in deficit disciplinare o da chi ha sentore o addirittura contezza della sua rilevanza è già errore cruciale a danno della nostra stirpe per il rischio di comprometterne l’ulteriore cammino al livello e con le potenzialità fin qui acquisite. Un comportamento collegato con le riluttanze e i timori per una scelta di rottura che implica una decisiva discontinuità rispetto alla pur difficile coerenza fin qui riscontrata nelle vicende umane.

Dunque qual è la soluzione del dilemma? L’affermazione – non mia, ma da me condivisa – che «la religione è una forma sacrale di ideologia». E poiché la tesi marxiana sull’ideologia come «falsa coscienza» non è priva di fondamento, anche la dimensione religiosa è soggetta a un processo di verifica. Con un’accuratezza metodologica sulla peculiarità culturale di ogni credo che risulti in sintonia o comunque non in stridente contrasto con un’esigenza profonda del momento storico. Per cui – come si è detto – in origine tutte le religioni sono vere ossia portatrici di istanze autentiche. A discernere il vero dal falso è sempre il processo culturale che con nuove acquisizioni fa emergere l’incompatibilità tra i fatti e le convinzioni non più sostenibili. È il principio inopinabile di Gian Battista Vico sulla valutazione storica dei dati in rapporto alla loro conseguenzialità logica. Ossia: verum et factum convertundur.

Avremo modo di convalidare questo concetto nella concretezza dell’analisi. Sul cui percorso possiamo incamminarci. Non procederemo con un esame generalizzato. Sono quindi escluse le religioni politeiste che nella loro vaghezza possono offrire solo riferimenti di forte valenza metaforica. Mi esimo inoltre da ogni giudizio su due religioni monoteiste – l’ebraica e la mussulmana – per un valido motivo di opportunità. Infatti il dato peggiorativo della crisi attuale è costituito dal sovrapporsi di problemi ereditati su una fase di irrisolvibilità di una nuova forma di contrapposizione (o spacciata come tale) che è la guerra non di religione ma di civiltà. Dichiarazione pretestuosa, lo sappiamo, perché i rapporti tra Occidente e mondo arabo, se hanno avuto fasi fortemente conflittuali, hanno anche realizzato una feconda collaborazione tra l’Islam e l’Europa nel travaso della cultura dalla fonte classica alla modernità. Oggi il richiamo soltanto alla contesa aspra delle Crociate è pretestuoso, dato il contesto di ambiguità politiche e di estremismo ideologico. In questo clima osare un discorso critico comparato sulle tre religioni monoteistiche sarebbe tacciato di malevola ingerenza nel campo altrui. Non mi presto a questa insidia e ho stabilito il mio impegno nell’area culturale che mi appartiene, pur dubitando che questo discorso possa avere nell’immediato una qualche efficacia terapeutica. Sono in voga i placebo.
IL CRISTIANESIMO AL TRAMONTO?

Esiste ancora il Cristianesimo? O, se si preferisce, ci sono ancora cristiani? Anagraficamente sí. Ma non è di questa evidenza formale che mi occupo, bensí della substantia rei. Ossia della qualità di una Fede che è – ne sono fermamente convinto – l’espressione più alta della spiritualità umana. Motivo per me di accurato e responsabile approccio all’analisi storica. Il compito è arduo e le implicazioni prevedibili: ragione sufficiente per impormi un rigore che è lontano anni luce dalle banalità del trattato adespoto De Tribus Impostoribus e dalla vacuità di quel materialismo che Marx ha definito volgare. In solitudine serbo un rapporto affettuoso per il bambino che guazza nell’acqua sporca. Il che non mi impedisce di perseguire la verità. Quindi chiedo ai credenti se considerano Adamo un personaggio storico, cioè vissuto realmente come ciascuno di noi ora e qui. La risposta sia evangelica: sí sí, no no; poiché le conseguenze sono di una rilevanza sfuggita o elusa dalla coscienza labile o assopita di quanti si dichiarano cristiani. A seconda della risposta le riflessioni per chi è incline alla meditazione saranno inequivocabili.

Quella affermativa dovrebbe provenire da una moltitudine suddivisa in due gruppi distinti: i semplici che Gesù esalta definendoli «poveri di spirito» e quanti ritengono la fede una convenzione tradottasi in consuetudine. Sulla schiettezza dei primi non c’è nulla da eccepire, e tutt’al più si può riflettere se si tratti di religio o di superstitio. Ai secondi, che dispongono di un bagaglio culturale più o meno consistente, è possibile anzi doveroso proporre una serie di considerazioni sul crinale storico. Due dei quattro Vangeli sinottici offrono un’interessante peculiarità: riportano la genealogia di Gesù figlio «creduto» di Giuseppe. Matteo espone l’albero genealogico iniziando dal progenitore Abramo. Luca, invece, parte da Gesù per risalire, ben oltre Abramo, a Set, terzogenito di Adamo, e termina con il primo uomo che è al tempo stesso il capostipite dell’intera famiglia umana. Entrambi attingono al primo libro della Bibbia che comprende la schiera dei Patriarchi, tutti pluricentenari. In totale il Vangelo di Luca comprende 76 generazioni. Aggiungendo quelle successive alla nascita di Gesù che con un calcolo ovvio sono 80, si arriva alla somma di 156 discendenze dal primo uomo, creato da Dio. Ben altro è il computo della disciplina che col suo rapido sviluppo nel secolo scorso è risultata la più coinvolgente per lo studio della nostra specie; la cui vicenda storica si riduce a un frammento preceduto dal lunghissimo percorso evolutivo. In modi e forme più pertinenti si tratta di circa duecentomila anni per la vicenda dell’homo sapiens. Ma a che scopo mi attardo su dati acquisiti dalla ricerca scientifica? Le pitture rupestri della grotta di Altamira, i graffiti del Sahara risalgono a quest’epoca remota, indicando il percorso della nostra specie verso l’Europa dove incontra e si scontra con una variante dello stesso ceppo, l’uomo di Neanderthal, giunto migliaia di anni prima e sopravvissuto a tre ere glaciali. La questione è ovvia: come si concilia l’acquisizione di questo patrimonio culturale, esibito dall’antropologia, con il racconto biblico che più o meno coincide con il calcolo temporale della storiografia?

Alla domanda riguardante la storicità o esistenza reale di Adamo, la risposta negativa espone a un forte disagio i credenti che danno una valenza mitica alla vicenda dell’Eden. In effetti, che il peccato originale sia un mito è ormai una tacita convinzione che ne privilegia il valore simbolico, rinunciando però al rigore dell’analisi sul percorso storico della stessa fede. Si tratta di una logica sui generis che tuttavia «tiene», com’è dimostrato dalla persistenza nel culto di riti e usanze, di provenienza da contesti socio-culturali superati. Ma per chi non trova appagamento nell’ossequio formale, la questione è terribilmente grave. Espongo alcuni punti che non possono essere sottovalutati, data la loro rilevanza in ambito teologico. È ampiamente condiviso il giudizio sulla persona e l’opera di Gesù, quale espressione più alta della nobiltà umana (se si escludono i poveri di spirito, nella accezione laica). Alla radice del contrasto interiore per ogni credente culturalmente adulto c’è una dicotomia tra fede e ragione laica che in passato ha eluso i problemi delimitando i campi di autonomia di entrambe. Tesi non più proponibile con la storica suddivisione dei rispettivi ambiti: la realtà fenomenica per l’una e la ricerca dell’assoluto per l’altra. Oggi l’unità tematica del discorso religioso, precipuamente cristiano, risiede nel suo inserimento storico che non consente una distinzione teorica, poiché verum et factum convertundur. Quindi ogni problema esige l’apporto di entrambi gli strumenti conoscitivi.

«Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, cosí anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita». San Paolo nella Epistola ai Romani espone con una chiarezza che non ha bisogno di interpretazioni l’essenza del Cristianesimo. Il quale assume dalla tradizione ebraica il dato fondativo della religione di Abramo elaborandolo in funzione della nuova fede. Sicché la figura del Messia perde ogni connotato etnico per elevarsi a redentore dell’umanità. Contestualmente l’evento escatologico assume una concretezza storica, riferita alla missione di Gesù uomo-dio. Su questa linea si svilupperà la complessa dottrina cristiana per opera dei Padri della Chiesa. Semplice l’idea, grandioso il progetto. C’è stato il peccato originale, commesso da Adamo su istigazione di Eva, che ha provocato tutti i mali del mondo; ma Dio, come aveva promesso, ha mandato sulla Terra un uomo che ha lavato l’umanità da quella colpa. L’uomo è il figlio di Dio, ed a compimento della sua missione ha fatto ritorno nel regno dei cieli. Ciò che è essenziale nell’evento è che i due elementi costitutivi sono ritenuti fatti storici. La Patristica si spinge fino al punto di definire la colpa un precedente benefico - felix culpa – poiché ci ha svelato l’amore di Dio verso gli uomini; specificando ulteriormente che se non ci fosse stato Adamo non sarebbe stata necessaria la venuta di Cristo, detto anche «secondo Adamo». La validità della dottrina si è mantenuta nei secoli senza essere intaccata né dallo scisma d’Oriente, né dall’eresia luterana. Fino al sopraggiungere di un tempo nuovo preceduto da segnali preoccupanti: Giordano Bruno, Kopernico, Galileo, Darwin. Il tempo nuovo – mirabile dictu! – è il travagliatissimo Novecento, denso di luci e ombre. E la luce proviene sia dall’orizzonte scientifico senza le facili esaltazioni di un ingenuo positivismo, sia dagli spazi occupati dalla molteplice testimonianza della solidarietà umana. E questa è, consapevole o no, la verace traduzione del messaggio evangelico. Ma in che consiste la svolta epocale? Nell’affermarsi della disciplina antropologica che ha costretto il pontefice dei trionfi missionari a disporre una commissione per il dibattito sull’evoluzionismo. (Che ne è di questa iniziativa di Giovanni Paolo II?). Ora, la risposta negativa sull’esistenza di Adamo è la conseguenza della metabolizzazione della cultura scientifica nei ceti più istruiti del popolo cristiano. Per codesta parte qualificata il racconto biblico del peccato originale ha una valenza metaforica, per cui il mito è l’espressione decorativa di un’istanza spirituale, ma rimane una fiaba per adulti su base etica. Il discorso del cristiano colto si arresta qui, consentendo la coesistenza di altre culture nella fusione razionale del sapere e dell’agire umano. Chi ritiene insufficiente tale spiegazione deduce invece che si tratta di schizofrenia culturale; e che la pregevole elaborazione religiosa di ogni fede sia priva di fondamento. Non c’è stato il dono del fuoco agli uomini da parte di Prometeo, non esiste il velo di Maya a copertura dell’amara realtà; ergo i personaggi coinvolti non sono esistiti, poiché il concetto del divino è inscindibile dall’idea di verità. Un dio «falso e bugiardo» è semplicemente inesistente – come aveva intuito il Poeta. Si deve dedurre che il Cristianesimo è stato bugiardo quindi falso? Assolutamente no.

La sua nascita e il suo percorso sono in perfetta sintonia con il rispettivo contesto culturale, il quale non disponeva di strumenti in grado di contestare qualsiasi ipotesi di creazione. Storicamente non c’è ombra di capziosità in questo ragionamento, poiché inerisce all’essenza del sapere che procede per acquisizioni valide finché non risultino false nel corso del suo incessante sviluppo. La verità assoluta è prerogativa Divina. Noi rimaniamo nell’ambito della relatività con la sola aspirazione, mai soddisfatta, all’assoluto. È la nostra condizione alleviata dal ricorso alla superstitio o alla religio. Il Cristianesimo, vissuto autenticamente, non si sottrae a questo itinerario, lungo due millenni con l’alternanza di periodi fausti e nefasti. Sicché chi ne conosce la storia non ha bisogno di dimostrazioni e conferme. Rimane incontestabile che se la colpa originaria è soltanto un mito, mitica è pure la Redenzione. Ciò dovrebbe bastare; e però disponiamo di altri due strumenti a conferma definitiva di questo assunto: la razionalità per eccellenza di Cartesio e i risultati raggiunti sulla conoscenza dell’universo mondo da parte dell’astrofisica.

Il filosofo razionalista per eccellenza ha sciolto in una folgorazione intuitiva l’incertezza sulla dimostrabilità dell’esistenza individuale: il cogito. Egli ha tratto dal dubbio la verità in quanto, se c’è il dubbio, è implicita la sua fonte ossia il dubitante. Senonché questa «scoperta» riguarda la res cogitans. Restava da dimostrare l’esistenza delle cose, in altri termini di tutta la realtà oggettiva: la rex extensa. Su questo terreno si è dispiegata nei secoli la capacità demolitrice del sofisma. Per risolvere la questione Cartesio fece appello alla peculiarità per eccellenza del Dio creatore del cielo e della terra. (Qui non ha importanza chiarire come egli sia pervenuto a questa fede nella divinità ovviamente cristiana: mediante il metodo ontologico). Essa consiste nell’assoluta identità tra Dio e verità. Da ciò la sua deduzione: poiché egli è la causa di tutto, il tutto esiste e non è una mia illusione o allucinazione. Né Dio può smentire se stesso ingannandomi. Calato questo ragionamento nella problematica della Redenzione, dover constatare la sua inconsistenza è appunto affermare che Dio ci ha ingannato. Rimane come corollario il richiamo alla ricerca astrofisica. Non solo il Cristianesimo, ma tutte le religioni si basano sul principio geocentrico che supporta la concezione antropocentrica di ogni fede. Nella tradizione ebraico-cristiana tutto è stato creato in funzione dell’uomo, giunto per ultimo come Signore del Pianeta e fine supremo del disegno di Dio. Ciò che oggi afferma l’astrofisica è di pubblica acquisizione: la Terra ai margini di una galassia che con una miriade di altri ammassi stellari va verso il vuoto infinito. Se ciò non bastasse, quanto appare è una minima parte della cosiddetta materia oscura. Viene infine avanzata l’ipotesi che il nostro universo possa essere uno degli universi innumeri. Dove si colloca, in questa visione, l’umano destino? E noi siamo tanto importanti da meritare l’attenzione esclusiva dell’Ente supremo, giunto alla «follia della croce» per amore di questi esserini sperduti nel cosmo?

Dovendo portare il discorso alle estreme conseguenze chiediamoci se non sia più rispondente a verità che l’uomo abbia creato un dio a sua immagine e somiglianza ossia secondo la propria misura.

C’è stato un filosofo, che dopo aver frequentato con acume irrequieto vari siti della conoscenza, ha concluso il suo iter formulando la teoria dell’ipotesi di cui solo quelle attinenti all’esperienza empirica sono verificabili. Scoperta dell’acqua calda, come le tesi di Wittgenstein sul linguaggio? Non è da poco, in un mondo che «ha gli occhi per non vedere». Ugo Spirito ha avanzato tre ipotesi sul futuro della nostra civiltà; essa potrebbe incorrere in una mutazione epocale: I/ Se venisse a contatto con una cultura extraterrestre; II/ Se dovesse emergere una scoperta tale da travolgere la struttura scientifica tracciata nei secoli; III/ Se dal grembo della nostra civiltà emergesse alla luce un’Idea totalmente innovativa nei modi di essere e di agire degli uomini.

La prima ipotesi riguarda il futuribile, mentre un impatto a breve termine provocherebbe la rottura della conseguenzialità storica, poiché sarebbero gli alieni a farci visita, nunzi di una civiltà di gran lunga superiore alla nostra.

Della seconda ipotesi nulla possiamo dire né presagire, limitandoci alla constatazione che sulla via delle scoperte sconvolgenti ci si è già inoltrati e gli effetti sono in opera con una gradualità che provoca mutamenti e svela pure l’inesauribile capacità di adattamento dell’homo sapiens.

La terza ipotesi ha due soli riscontri: il primo, preistorico, anzi nel passaggio dalla preistoria alla protostoria; il secondo, innescato nel cuore della storia. Rispettivamente: la transizione degli uomini da cacciatori ad allevatori e da raccoglitori di cibo ad agricoltori. Ne consegue il passaggio dal nomadismo alla stanzialità coll’organizzazione della vita sociale in forme sempre più complesse: dalla tribù alla città e allo Stato. Il secondo riscontro, preannunciato dall’età assiale, è l’irrompere di Gesù nella storia. Un evento non comprensibile nella sua pienezza senza penetrare nel contesto socio-culturale estraneo al principio dell’amore universale. Sussiste qualche possibilità di realizzazione per questa terza ipotesi, ed è auspicabile? Dipende dalla qualità. Ne abbiamo avuto un orribile tentativo nella terra dell’Idealismo assoluto: il nazismo, male assoluto. Sarebbe preferibile il relativismo di questo nostro mondo rabberciato, se la sfida odierna che riguarda al tempo stesso il destino collettivo e del singolo non fosse giunta – come lo è, effettivamente – al limite estremo. L’umanità oggi è di fronte al dilemma: o trovare la via d’uscita da questa crisi cruciale o perire. Quindi l’ipotesi del sorgere di un’idea salvatrice, in quanto totalmente e positivamente nuova, esibisce la propria feconda validità.
LA ROTTA DELLA SALVEZZA

«Il Cristianesimo come lo abbiamo conosciuto nel suo percorso culturale e storico è mortale». Questa affermazione, lucida e coraggiosa come raramente si riscontra nel lungo travaglio del pensiero finalizzato all’azione, è passata senza lasciare traccia in un mondo che pur vanta la più vasta ed efficace rete di comunicazione. Analoga sorte ha avuto la dichiarazione dell’antropologo britannico che in procinto di recarsi nell’Africa australe così ha risposto alla domanda di un giornalista: «Vado alla ricerca dei progenitori di Adamo». Due esempi illuminanti sul grado di consapevolezza diffusa per quanto attiene alla crisi contemporanea, crisi di civiltà, della quale l’Occidente è magna pars. Nel secondo caso, la proposizione ha avuto l’accoglienza di una battuta ironica. In effetti, l’humor anglosassone ne ha attutito la valenza cruciale. Sul monito del sacerdote cattolico di Fiesole, il quale nelle sue ultime opere ha spesso e responsabilmente insistito sulla più che probabile «fine» del Cristianesimo nel contesto del superamento di ogni religione positiva, c’è stato e permane un silenzio totale. È mia convinzione che si è voluto oscurare l’opera di un personaggio che su questo tema di altissimo e perenne valore è la voce più autorevole. Entrambe le culture – la laica e la religiosa – hanno eluso la sua sfida: la prima, perché a livello medio è semplicemente superficiale, mentre ai più alti livelli considera questa tematica obsoleta e pertanto immeritevole di una ripresa del discorso, concluso addirittura da Immanuel Kant. Ben diversa la scelta del silenzio da parte della cultura religiosa, preoccupata nelle sue istanze istituzionali più elevate, per le implicazioni di un dibattito che colpisce il nucleo centrale della sua fede. Cosí facendo entrambi i settori hanno gettato con l’acqua torbida il prezioso fanciullo che incredibilmente è rimasto pulito: come avremo modo di chiarire.

La questione elusa si impone per la responsabilità e l’angoscia di un passaggio obbligato della storia: senza mezzi termini, non il trapasso da un evo all’altro, bensí la fine di un’era. Il dilemma dell’ora presente è questo: o andare oltre o restare come gli ignavi danteschi in attesa dell’inevitabile. Né s’illuda la parte numericamente maggioritaria del Pianeta che si tratti di un problema interno alla civiltà occidentale, poiché siamo già tutti coinvolti. Il Cristianesimo è morente o addirittura defunto nell’anima? No. Prescindendo dalla mummificazione di riti e costumi, esso è più vivo oggi che non nei pochi secoli sonnacchiosi della sua storia: in grado di offrire all’umanità accasciata sotto il peso dei propri errori, un’energia dirompente, sorgiva dalla fonte evangelica; nonché, dopo l’ammissione penitenziale delle proprie corresponsabilità, l’avvio a una rinnovata religio. So benissimo, è un termine forte, esplicitato da Ernesto Balducci: «La Chiesa deve fare come il Cristo, morire per risuscitare». Tuttavia non mi spingo fino a tanto, per la semplice ragione che non posseggo la sua fede, testimoniata con l’estrema dedizione della propria vita. Rimane la sfida, che la Chiesa non può esimersi dal cogliere nel solco delle sue migliori tradizioni. E qui il riferimento è soprattutto al Cattolicesimo, di gran lunga più forgiato per struttura, per esperienza storica e per elaborazione dottrinaria. Esso è stato l’assemblatore del nuovo ordine in Europa dopo il crollo dell’Impero romano, e se nel corso del secondo Millennio ha provocato la frattura luterana, in chiusura di un ciclo di errori in parte attutiti dal grande influsso al rilancio di valori cristianamente laici, è auspicabile un suo contributo alla soluzione della crisi dilagante. Bando però al peggiore degli equivoci. Non si tratta di una richiesta di stampo religioso. La posta in gioco, comune a tutti, esige una risposta adeguata al di sopra dello schematismo conflittuale fra i termini angusti di laicismo e confessionalismo. Il richiamo alla sorgente evangelica dilata la questione, di fatidica attualità, alla sua autentica dimensione, che è universale. Perciò chiariamoci le idee.

Il Cristianesimo interviene nel processo evolutivo dell’umanità a distanza di qualche secolo dall’età assiale, che aveva posto il problema esistenziale in termini incomparabilmente innovativi rispetto alla vaghezza delle figurazioni mitiche anteriori, e tali da imporsi a una riflessione sempre più approfondita nei secoli posteriori. Oggettivamente il Cristianesimo conclude quella fase di profonda meditazione con l’aggiunta di un valore non contemplato o inadeguatamente considerato dal pensiero astratto dei maestri dell’epoca. Sicché a giusto motivo la storia è distinta in prima e dopo Cristo. La novità dell’evento consiste nella connessione tra l’Assoluto e la relatività umana, caratterizzata dall’operare, positivo o negativo che sia, ma non rinunciatario né elusivo; come invece avveniva nella reiterazione delle esistenze dell’Induismo e nel nichilismo buddista. Detto con maggiore chiarezza, la nuova religione affermava la valenza univoca e non ripetibile di ogni esistenza umana con il conseguente rapporto di reciproca responsabilità tra il relativo e l’Assoluto. – Su questo punto fondamentale è assiologica l’unica «preghiera» proposta da Gesù: il Pater Noster in cui Dio è padre di tutti, ma al tempo stesso colui al quale si chiede di «non indurci in tentazioni». E se qualcuno recentemente ha suggerito di mutare questa implorazione, ha dimostrato una totale incomprensione del verbum cristiano.

Rimanendo nel nostro ambito drammaticamente relativo, il Cristianesimo afferma l’unicità e responsabilità dell’individuo, come valore in sé e fondamento dell’aggregazione umana. E qual è l’aspetto grave della crisi contemporanea se non la perdita del senso di responsabilità singola e la disgregazione dell’umanità? In quest’ottica, né potrebbe esserci un’altra, il Cristianesimo è il secondo balzo evolutivo dell’uomo, che a differenza del primo, svoltosi nel Neolitico, avviene nella pienezza della storia, ossia alla confluenza della cultura greca e dell’organizzazione civile di Roma. Il Cristianesimo, derivato e sottrattosi all’ineguatezza intellettiva e politica del piccolo mondo ebraico, trova le risorse nella propria originalità per affermarsi nell’«universo» conosciuto, prima indicando e poi perseguendo la rotta verso il futuro. Ma qual è il valore che esso porta, mettendolo a disposizione dell’umanità?

È stato già detto che non è la fede che ognuno possiede in varie forme, non è la speranza che sorregge ogni esistenza, ma è la Caritas che fa del seguace di Gesù il nunzio e il costruttore dell’età nuova. Dono inestimabile del Cristianesimo è l’etica evangelica. I Vangeli sono un’antologia e apologia della moralità. Ma la pagina più significativa è quella che riporta i due precetti di Gesù con la parabola chiarificatrice del buon samaritano. Qui non c’ è accenno alla ricompensa per l’opera di bene compiuta, riscontrabile in altri episodi dei testi sinottici. Etica pura che ha in sé stessa motivazione e finalità; per cui non ho la minima esitazione a definire questa pagina la più alta nella scrittura umana. È l’affermazione del sublime che non richiede la ricerca di superlativi essendo appunto il termine sublime superlativo esso stesso. Non stupisca però se questa etica sia analoga alla condotta irreprensibile dell’uomo senza fede. La scelta dell’ateo è gratuita, ne esalta la libertà e dà un senso a ciò che per lui non ha senso: la vita intesa come contingenza. Entrambe le situazioni, attinenti all’agire umano – «ama il prossimo tuo come te stesso» - proiettate in un progetto collettivo costituiscono l’impegno nella storia, che a sua volta si svolge di progetto in progetto. Quello cristiano, insegnato e operato da Gesù fino al sacrificio della propria vita, ebbe il maggiore espositore nell’Apostolo delle genti. Nella Epistola ai Galati, egli afferma: «Non c’ è più giudeo né greco; non c’ è più schiavo né libero; non c’ è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Per comprendere nella giusta misura questo passo è necessario contestualizzarlo.

Lo spirito dell’epoca era privo del concetto di amore universale. Ribadire ciò è la premessa all’esatta valutazione del messaggio cristiano. Ciascun popolo per motivi specifici era alieno rispetto agli altri: il greco per la consapevolezza della propria superiorità culturale, il romano per la posizione egemone nella sfera politica e il giudeo addirittura perché si riteneva l’eletto da Dio. San Paolo annulla queste disparità nell’identificazione degli uomini nella persona e nella fede in Gesù. Di pari valenza è il rifiuto della suddivisione degli individui in liberi e schiavi. È bene ricordare che la schiavitù costituiva non soltanto la forza lavoro, ma la struttura stessa del sistema economico. Non è casuale che Aristotele giunge a giustificarla. Roma, determinata nel realizzare il proprio progetto egemone, fu di una ferocia inaudita in due soli momenti della sua storia che costituirono per essa il massimo pericolo: le Guerre Puniche e le Guerre Servili. In entrambi i casi agí di conseguenza: la distruzione di Cartagine e la morte di Annibale; la totale repressione dei ribelli, per cui coloro i quali erano sfuggiti alla morte in battaglia furono a migliaia crocifissi. Infine, il discorso sulla parità della donna con l’uomo ha nel Cristianesimo un’affermazione senza uguali nella storia. Che all’epoca la donna fosse mancipia dell’uomo è ben noto. Ma la nuova religione, come alcuni secoli dopo esprimerà magnificamente il Poeta, eleva la figura femminile a un grado incomparabile: «Tu sei colei che l’umana natura / nobilitasti sí che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

Messaggio quindi «rivoluzionario» per eccellenza, anzi l’unico con esito positivo. Ma prima che ciò accadesse la reazione del potere fu implacabile. E fu questa la vera motivazione delle numerose persecuzioni contro i cristiani, che – va ben ricordato – esplosero non tanto nell’immediato, ma nei due secoli successivi e su iniziativa degli imperatori cosiddetti provinciali.

Intanto questa inusitata esaltazione della fratellanza umana ebbe un impatto tale da rendere quasi ovvia la convinzione che il suo promotore dovesse avere un’origine divina. Non un uomo, per quanto virtuoso (e chiaramente ve n’erano nel vasto impero romano che coincideva col più alto grado di civiltà allora noto), ma solo un dio poteva annunciare e promuovere un livello più alto di eticità. È il Dio fattosi uomo per amore degli uomini.

Altro è il discorso che riguarda l’attuazione del messaggio evangelico nei secoli successivi da parte di una religione istituzionalizzata; e poiché la ricognizione sull’argomento è disponibile a tutti, non c’è bisogno neppure di sintetizzarne il percorso. Sarebbe un inutile rivangare la nostra storia a tutto svantaggio di quello che preme. Ciò che oggi si ripropone e impone è la difficile costruzione di un argine alla fase ultimativa della degenerazione etico-sociale nel percorso storico della civiltà. A chi affidare questo compito? All’economia che si è rivelata il dominio del caos? O alla politica, che con rare eccezioni, è diventata un palcoscenico di vanità, insipienza e banalità oscene? O alle confessioni religiose che considerando la vita un dono di Dio rifiutano senza mezzi termini l’ipotesi di un intervento razionale onde evitare che l’umanità si riduca come i topi di fogna i quali, aumentati in maniera esponenziale, si divorano tra di loro? Non resta quindi che il ricorso ai valori autentici di ogni fede ultramondana che funga da base per un intervento ampio e decisivo sui gravi problemi dell’età contemporanea.

È quanto si è imposto padre Balducci, chiarendo sempre meglio la propria ricerca in una serie di scritti, tra cui emergono Il terzo millennio e La terra del tramonto. Ma poiché l’innovazione propositiva è inscindibile dall’analisi teorica, che implica una profonda revisione dottrinaria, si è preferito obliterare l’intera operazione del sacerdote toscano. Egli infatti propugna una rifondazione del Cristianesimo su basi che corrispondano all’odierna temperie culturale. Ma come si può pretendere che la Chiesa sia disponibile a un riesame dei suoi principi fondanti – in termini estremamente semplici la Trinità cristiana credibile come la Trimurti induista o lo Zeus dei pagani - sanciti nei concilii di Nicea e di Calcedonia? In effetti si tratta di una questione insolubile, mentre resta valida e non rinviabile l’istanza di una rigenerazione etica che conferma la validità delle sue origini evangeliche. Con maggiore chiarezza si tratta del nucleo della tematica religiosa, relativa alla dottrina cristiana, la quale a sua volta poggia su una base sussunta dalla tradizione biblica. Toccare soltanto questo punto focale dell’ideologia significa precipitarla nel buco nero dell’assurdo, senza alcuna possibilità di farla riemergere alla luce; dove invece è rimasta, perché primigenia rispetto alla costruzione teorica, l’etica del secondo precetto di Gesù, non accostabile alla morale del percorso storico cristiano né affine alla condotta eudemonistica dello scambio tra la bontà dell’agire e la ricompensa celestiale. Etica «che smuove le montagne»: ossia la Caritas Christi (quae) urget nos.

Non è altro «l’etica planetaria» invocata da Balducci, che, forte della sua ratio fidei, in modo esplicito ha ribadito il proprio credo nel Cristo risorto, elevato a pleroma di una società in fieri. Compito difficile? Posso ben dire immane e quasi impossibile; ma l’alternativa a questa che è l’unica rotta di salvezza, è un crescente degrado che se non giunge all’autodistruzione della specie senza dubbio ridurrà i superstiti allo stato di regressione barbarica. Occorre l’impegno non dell’astratto homo sapiens, ma della miriade di esseri umani fin qui dimostratisi concordi nel perseguire un’interminabile discordia. E questa è davvero impresa di lunga lena, mentre la gravità dei problemi e l’urgenza storica che ne deriva concedono un tempo molto limitato. Il natante malridotto, che ha imbarcato una folla di incoscienti alla mercè di una ciurma ubriaca e di un capitano folle, dispone di una guida luminosa proveniente – come affermano Bloch e Balducci - da un faro ai cui piedi non c’è luce.

Ho iniziato queste riflessioni coll’immagine della nebbia che ci paralizza, e le chiudo con il riferimento al faro che lancia un fascio di luce. Da dove proviene la sua energia? Forse dalla regione frequentata da Pascal? Se cosí fosse, all’origine si prefigurerebbe una più profonda razionalità. E forse la nave dei folli è seguita da uno sguardo vigile, ma di questo nulla sappiamo. Per precauzione dobbiamo farci carico del nostro destino come unica possibilità di dare un senso, nel grande mistero dell’esistenza, alla vicenda umana. È la misura della nostra dignità.